Ci consenta

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Il Paese non crescerà se non insieme

L’appuntamento elettorale dell’Europa accende gli animi, accelera i pensieri, scioglie la lingua. Ma come si sa, l’urgenza della comunicazione può far compire dei passi falsi soprattutto se ci si inoltra su un terreno scivoloso come quello dei rapporti con i diversi interlocutori che, in quanto partecipi della vita della comunità, sono soggetti portatori di interessi civili a tutto tondo. La Chiesa è uno di questi soggetti che, nel panorama, si distingue per la grande rilevanza culturale e sociale e per la vocazione verso il bene comune. Detto tutto ciò, non si può passare sotto silenzio quanto accaduto qualche giorno fa. Parliamo dell’intervento del premier Giorgia Meloni, per i più detta “Giorgia”, che in una trasmissione televisiva, ha voluto rispondere ad un passaggio del Comunicato del Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana del 22 maggio u.s., sulla modalità di attuazione dell‘autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario e che sottolineava: «il principio di sussidiarietà sia inseparabile da quello della solidarietà. Ogni volta che si scindono si impoverisce il tessuto sociale, o perché si promuovono singole realtà senza chiedere loro di impegnarsi per il bene comune, o perché si rischia di accentrare tutto a livello statale senza valorizzare le competenze dei singoli. Solidarietà e sussidiarietà devono camminare assieme altrimenti si crea un vuoto impossibile da colmare». Parole semplici, chiare, tese a sottolineare l’attenzione ad una verità lapalissiana che “il Paese non crescerà se non insieme”. Il secondo episodio riguarda le parole pronunciate dal cardinal Zuppi, presidente della CEI, a proposito del progetto di riforma del premierato: «Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione. Qualche vescovo si è soffermato su questo, esprimendo preoccupazione A titolo personale posso dire che è necessario tenere presente lo spirito della Costituzione, scritta da forze politiche non omogenee che però avevano di mira il bene comune. Dunque, l’auspicio è che ciò che emergerà non sia qualcosa di contingente, cioè che non sia di parte».  Al premier l’una e l’altra affermazione sono apparse indigeribili tanto da sottolineare che «La riforma del premierato non interviene nei rapporti fra Stato e Chiesa […] ma mi consenta anche di dire con tutto il rispetto che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una Repubblica Parlamentare, quindi, insomma, nessuno ha mai detto che si preoccupava per questo e quindi facciamo che nessuno si preoccupa».

Ma ci consenta signor Presidente del Consiglio: la libertà dello Stato e della Chiesa non si esplicita in un silenzio obbligato. I vescovi sono cittadini italiani come tutti gli altri e godono dei medesimi diritti e doveri. Inoltre, tutti dovremmo sapere che lo stato Vaticano è una realtà statuale, la CEI un’associazione di diritto privato che rappresenta i Vescovi, i quali possono, anzi debbono, intervenire non dovendo farsi autorizzare l’esercizio del diritto di libertà di parola ad alcuno. Non basta.  Rispondendo alle parole del Presidente della Cei riguardanti il premierato ‘Giorgia’ dice «Non so cosa esattamente preoccupi la Conferenza Episcopale italiana, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa».

Cosa dobbiamo cogliere da queste parole? Forse che la Chiesa allora deve tornare ad essere la Chiesa del silenzio nello schema attuale del Presidente del Consiglio? E deve venir meno alla Sua Missione soltanto perché disturba i manovratori? O deve voltare le spalle alla necessità di coniugare, nella Sua missione, solidarietà e sussidiarietà perché così vuole il governante di turno? Noi crediamo di no.

Come nota a margine, un piccolo suggerimento ed un consiglio: prima di parlare occorre riflettere quando soprattutto si toccano argomenti delicati come quello del rapporto tra Stato e Chiesa. E, diciamocelo l’un l’altro, non basta dirsi cristiani: “bisogna esserlo”.