Una grande mutazione genetica: ovvero verso una democrazia come reale processo di diffusione del potere politico

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Una riflessione della Presidente Nazionale riguardo la 'resilienza' delle donne al Covid 19 - Roma, 14 aprile 2020

La virologa italiana Ilaria Capua, attualmente direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, intervistata in una trasmissione televisiva a proposito della crisi pandemica causata dal Covid 19, ha affermato «Un dato che ci sorprende è che le donne sembrano essere quasi più resistenti all’infezione da coronavirus, come se fossero vaccinate. Il rapporto sembra essere otto a due. Noi non sappiamo ancora per quale ragione, ma può essere che le donne rispettino maggiormente le norme igieniche oppure biologicamente siano meno sensibili al virus. Quindi, vorrei invitare chi decide a riflettere su questa ‘rivoluzione gentile’, che potrebbe presentarsi. Magari nella post-quarantena, quando ci sarà il rientro delle persone al lavoro, che ovviamente non avverrà tutto insieme ma per fasce d’età – continua – possiamo pensare di usare la popolazione femminile, un po’ come se le donne fossero dei ‘semafori rossi’. Possiamo, cioè, mandare le nostre ‘rose quadrate’, le donne che risolvono i problemi e che saranno i motori più importanti della ripartenza, anche nella ricerca. Quindi, le donne possono andare a lavorare prima e così magari voi uomini troverete l’ufficio in ordine. O forse non troverete più la sedia».

Tale lunga citazione è interessante da diversi punti di vista soprattutto da quello scientifico, ma, spostando il punto di osservazione, contiene almeno due aspetti sui quali vale la pena soffermarsi: il primo riguarda la biologia (le donne sono più resistenti anzi ‘resilienti’ all’attacco del Covid 19); il secondo chiede di riflettere sulla “rivoluzione gentile” cui ci costringe la pandemia: far rientrare le donne al lavoro nella post quarantena prima degli uomini usandole come ‘semaforo rosso’.
La scienziata si muove, come ricordato, su due piani: quello scientifico (l’osservazione e l’analisi dei dati epidemiologici) e quello sociale che dal primo deriva: le ‘rose quadrate’, come vengono definite le avanguardie femminili, che torneranno per prime al lavoro, occuperanno una sedia ed una scrivania: non grazie alle ‘quote rosa’. Nelle parole della scienziata i due piani se non si sovrappongono sicuramente si completano e implementano vicendevolmente. Infatti viene restituito alla natura, perciò all’osservazione scientifica, il dato che riguarda il corpo delle donne che, proprio perché custodi della vita, è resiliente e multifunzionale. Questo secondo aspetto, se considerato come dato da cui partire condurrebbe ad argomentare confutando l’origine degli status sociali che determinano le funzioni e i ruoli soltanto in base allo status ascritto (quello che si ha all’atto della nascita) e che rimanda al ‘genere’. Vediamo.

L’analisi della realtà, oltre che gli studi sociologici circa la “strutturazione delle società”, evidenziano come il ‘ruolo’ assegnato e/o ricoperto, non raramente risponde alle aspettative dello status. Più spesso sono le aspettative sociali a determinarlo tanto che esso si “apprende” durante tutta la vita tramite il processo di socializzazione e quindi il processo culturale. Il ruolo di una persona viene definito dalle aspettative degli altri e per questo gli individui assegnano diseguale importanza ai differenti ruoli generando una sorta di “gerarchia” che decresce verso il basso e compilata in base a visioni ideologiche del ‘genere’.
Il tema è stato oggetto di analisi approfondite negli anni settanta/ottanta del secolo scorso cui risale il saggio The Arrangement Between the Sexes (pubblicato nella rivista Theory and Society, 1977) di Erving Goffman (1922-1982) e che fece scuola. In esso l’autore sostiene che lo status, la posizione sociale di un individuo ed il suo ruolo, prescrivono un insieme di diritti e di doveri che influenzano le sue interazioni sociali e la valutazione del valore socio-economico che gli altri gli conferiscono. Dunque, egli riflette sul fatto che le società sono fautrici delle differenze percepite collettivamente come legittime, e giunge alla conclusione che non sono ‘le conseguenze sociali’ del ruolo di genere a dover essere studiate, bensì il modo in cui le società scelgono di fortificare e rinsaldare un sistema di credenze collettivo, oppure un altro. Secondo la posizione di Goffman, esse generano e fortificano sistemi di significazione dei fenomeni attraverso cui forniscono modelli di comprensione della realtà. Cioè gli stereotipi.
Felice la sua definizione di ‘riflessività istituzionale’ (institutional reflexivity), attraverso la quale spiega che le differenze di genere socialmente determinate sono sorte a garanzia del sistema sociale che le ha generate. Scrive Goffman che esse sono «Il modo in cui il funzionamento istituzionale della società ha garantito che questa contabilità sembrasse solida». Inoltre sono proprio i processi di auto-identificazione con la classe sessuale a fare sì che un individuo sviluppi la propria gender identity.

Da quest’ultimo concetto si differenzia quello di sexuality: essa è legata al ciclo di vita della persona e si esprime in modo simile in entrambe le classi sessuali; pur tuttavia, mentre il gender è originariamente legato alle oggettive diversità biologiche, la sexuality è una forma di espressione del genere ma non coincide con esso.
Con il termine ‘genderismo’ il Goffman definisce la sequenza di comportamenti di genere che una persona assume durante l’arco della vita da non confondere con il ‘genderismo istituzionale’, ovvero una proprietà comportamentale tipica di un’organizzazione (non di una persona). Grazie ad essa la persona assume degli atteggiamenti ed un sistema sociale stabilisce delle norme istituzionali funzionali al mantenimento delle differenze di genere.

Il nucleo concettuale del saggio si può ben comprendere quando – in riferimento alla situazione di svantaggio delle donne del suo tempo – l’autore afferma che «[…] La cosa sociologicamente interessante di una categoria svantaggiata non è la dolorosità dello svantaggio, ma il portamento della struttura sociale sulla sua generazione e stabilità. Il problema, quindi, non è che le donne ottengano meno, ma con quale accordo si verifichi e quale lettura simbolica è data alla disposizione»

In sintesi: le organizzazioni sociali attivano meccanismi per mezzo dei quali possono confermare gli stereotipi di genere e stimolare i conseguenti comportamenti ritualizzati attraverso i quali gli uomini e le donne si relazionano.

Tornando al nostro incipit si potrebbe condividere con la virologa Ilaria Capua l’aspettativa che nel nostro futuro prossimo e nella nostra parte di mondo “gireranno soltanto, o in maggioranza, le donne inaugurando quella che potremmo definire una grande mutazione genetica: ovvero un processo grazie al quale la democrazia possa definirsi come reale e non artificiale, perciò sociale, processo di diffusione del potere politico.
Le società strutturate sugli standard maschili in secoli di storia, verrebbero spazzate via da un virus proveniente da uno dei paesi di più antica e conservatrice cultura e civiltà. Così va il mondo e così la storia.
Ciò che non accade in secoli può accadere in un nanosecondo.