Un pensiero da condividere per stare vicine

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Un momento di condivisione da parte della Presidente Nazionale in questo momento di “immobile attesa” - Roma 17 marzo 2020

“… questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Deuteronomio 30,14)”.
Con questa espressione Mosè ricorda al popolo eletto che non c’è circostanza nella quale Dio non parli e in una lingua vicina all’umana comprensione. Questo significa che essa, pur raggiungendo tutti, ciascuno la può considerare come rivolta a se stesso, qui ed ora. Essa rompe la solitudine, squarcia il silenzio, attraversa le distanze, si precipita nella nostra vita aprendo orizzonti inediti. Dio, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, ci parla “per mezzo di uomini alla maniera umana” e grazie allo Spirito, con cui è stata scritta, “possiamo leggere e interpretare la sacra scrittura”.
Mai come in questi giorni, nei quali tutto sembra sospeso in una immobile attesa, sentiamo urgente il bisogno di scendere giù giù, in noi stessi per “recuperare” la nostra parte più intima. Ci siamo spessi lamentati per la mancanza di tempo da dedicare a noi stessi, della frenesia che travolge anche le migliori intenzioni mentre rimandiamo ad un improbabile domani la realizzazione delle migliori intenzioni. Ora dobbiamo fermarci, siamo costretti a riempire un vuoto (il tempo tutto nella nostra disponibilità) allertando la fantasia per non cadere nella trappola delle “lunghe sedute davanti alla televisione”.
Anche i nostri figli che tanto nei giorni della scuola si sono lamentati di questa “noiosa” routine, oggi forse rimpiangono le ore costretti al banco ed anche il brivido dell’interrogazione che, quando evitata, diventa un regalo inaspettato. Scoprono anche che il telefonino, considerato un prolungamento del corpo e un mezzo indispensabile della socialità, rivela tutta la sua “inadeguatezza”: i veri rapporti sono quelli diretti costituiti dal suono reale della voce e non falsata, dall’espressione degli occhi che spesso anticipa il contenuto del dire, il movimento sincopato del corpo che esprime una specifica individualità.
Così “tutti a casa” vicini, ma non vicinissimi, in una convivenza che è nello stesso nuovo legame e nuova solidarietà. Le strade sono vuote e i pochi rumori che le animano ci giungono come in una eco lontana; dai vetri delle altre finestre, come occhi socchiusi sul presente, qualche tenda si solleva e mostra altri volti di altra umanità che, come noi, accetta, teme, spera. Allora la parola di Dio ci viene incontro. Una parola che non è lontana, non estranea alla nostra umanità, non sconosciuta alla nostra anima che la cerca come un assetato cerca l’acqua pura di sorgente dopo giorni di assoluta astinenza.
La Chiesa, cui è affidato il compito della custodia della parola di Dio, da sempre si è misurata con l’evoluzione della parola consapevole che comunicare è una delle prime esigenze dell’essere umano. Persino Dio ha avuto bisogno della parola per creare il mondo: «E Dio disse…». Ma non solo: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste». I poeti, nel loro percorso della scoperta della forza evocativa della parola, hanno compreso che la Parola del prologo di Giovanni evoca il contatto con un “tutto” qual è il mondo custodito da ciascuno di noi.
È il caso di Mario Luzi nell’epigrafe al libro “Per il Battesimo dei nostri frammenti”: «In lei (la parola) era la vita; e la vita era la luce degli uomini». Il grande poeta fiorentino lo si ritrova anche nella Lettera dei vescovi toscani con la sua nota invocazione: «Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione, / giacché talvolta lo puoi». C’è poi, a parte la valenza formativa della parola, un altro aspetto che coinvolge più direttamente il ministero che nascosto dentro e dietro la Parola di Dio che parla agli uomini di ogni tempo destinato a svelare l’eternità di Dio cui noi siamo destinati.
Allora “duc in altum” è l’invito di Gesù a Pietro perché con la sua barca prenda il largo e getti ancora le reti. Siamo ancora una volta invitati tutti a non fermarci sulla riva ma a prendere coraggiosamente il largo nell’ascolto del Vangelo. Ognuno di noi deve essere come quel padre di famiglia che trae fuori dal suo scrigno cose nuove e antiche: il vangelo è davvero quello scrigno antico che può essere nuovo ogni volta che ci avviciniamo ad esso.