Strumenti Ue. Il «Fondo salva stati» (Mes) da rischio a opportunità?

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di Giuseppe Pennisi - «Avvenire» 18 marzo 2020

Il Fondo Salva Stati ha una potenza di fuoco da 750 miliardi e può attivare aiuti agli Stati in caso di choc esogeni senza particolari condizionalità

E se il MES, conosciuto anche come Fondo Salva Stati, diventasse non più un rischio, ma un’opportunità per l’Italia? La proposta iniziale è stata fatta, alcuni giorni fa, nel corso di un dibattito telematico da Giampaolo Galli, vice direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica e severo critico del modo in cui è stata trattata la riforma dello strumento, come documentato su questa testata dal novembre 2018. Con rilievo, la ha rilanciata il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, senza entrare in dettagli tecnici.

Anche prima della firma e ratifica della proposta di revisione dell’accordo intergovernativo del 2012, con cui si è creato il MES, l’Italia potrebbe chiedere un prestito precauzionale, quello per Paesi colpiti da choc fuori dal o controllo. Per il prestito ci vuole un Memorandum of Understanding (MoU) sulle linee di politica economica che nelle circostanze attuali, può essere molto leggero, visto che occorre una politica espansiva per sostenere l’economia. Il MES e la Commissione europea dovrebbero unicamente vigilare che sia ben utilizzato e soddisfi il MoU.

Utile ricordare che lunedì 16 marzo la revisioni dell’accordo intergovernativo sul MES, anche se non era all’ordine del giorno, è stato al centro della riunione dell’Eurogruppo dato che numerosi ministri degli Stati del Nord Europa lo hanno ripescato dalle “varie ed eventuali” per una rapida firma e l’avvio delle procedure di ratifica. Il trattato MES è un accordo intergovernativo, al di fuori, quindi, del corpus dei trattati Ue.

Come sottolineammo nel dicembre scorso, la vicenda della revisione del MES è stata gestita in modo poco accorto dalle principali parti in causa, soprattutto perché si è svolta in un clima di segretezza che ha dato luogo a molteplici malintesi. Nella discussione del 16 marzo, il direttore generale del MES, Klaus Regling, spalleggiato da molti Paesi, ha insistito perché, «la potenza di fuoco» dello strumento venga utilizzata dagli Stati in maggiori difficoltà nell’attuale emergenza: il riferimento all’Italia è fin troppo evidente.

Sino ad ora una discussione parlamentare non c’è stata, in gran misura, a causa di un’interpretazione molto estensiva dell’art.34 del trattato iniziale del 2012 che comporta riservatezza sulle operazioni del MES ed esclude dalle giurisdizioni nazionali (e dalla stessa Corte europea) chi lavora sullo strumento. Ciò ha fatto sì che alcuni Governatori del MES, per quanto ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati dell’unione monetaria, non ne riferissero mai ai loro Parlamenti. Il ministro Roberto Gualtieri si era impegnato a una esauriente discussione in Parlamento, ma l’emergenza coronavirus ha stravolto tutti i programmi.

Ora, la situazione è tale che in Italia metà circa della maggioranza e quasi tutta l’opposizione sono contrarie che si proceda con la firma e la ratifica dell’accordo per la revisione del MES. Che include, senza dubbio, molteplici punti controversi, come questa testata sottolinea sin dall’autunno 2018 quando sono via via trapelate notizie ufficiose sulla trattativa, notizie spesso fornite da solerti funzionari della Commissione europea che vedono alcuni punti della revisione del MEF come il fumo negli occhi. La stessa ABI ha espresso perplessità su alcuni dei suoi contenuti.

Il Governatore della Banca d’Italia ha pronunciato frasi che sono state intese come di forte censura, ma successivamente una nota dell’istituto ha stemperato le principali critiche. La materia è, senza dubbio, complessa ed ha aspetti tecnico–giuridici di non facile lettura. L’Italia ha di fronte a sé un dilemma: se al prossimo Eurogruppo la maggioranza degli Stati membri decide di procedere con la firma, rifiutarsi di firmare il documento potrebbe essere inteso dai mercati come la dichiarazione di essere sull’orlo di un vero e proprio baratro finanziario. L’Italia contribuisce 125,3959 miliardi di euro al MES (700 miliardi di euro). La proposta Scholz apre nuove prospettive.