Pensiero controcorrente sulla crisi demografica del nostro Paese

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Intervento per gli Stati generali del Forum delle Associazioni Familiari

L’iniziativa è stata rimandata a data da destinarsi

Cornice

In generale si può considerare la struttura demografica della popolazione come l’impalcatura solida sulla quale costruire il futuro sociale ed economico di un  Paese con l’avvertenza che la demografia aiuta ad anticipare alcuni aspetti del cambiamento, dall’altro è implacabile per chi la ignora e non mette per tempo in atto le scelte giuste.

Dati di contesto

Il Rapporto Istat dell’11 febbraio 2020 nei suoi “Indicatori demografici” per l’anno 2019, indica che nel nostro Paese c’è una tendenza già in atto da tempo così sintetizzabile:
al 1° gennaio 2020 la popolazione italiana era di 60 milioni 317mila individui con un saldo negativo rispetto all’anno precedente di 212mila unità. Nel 2019 le nascite sono state 435mila contro i 647mila decessi: il più basso livello di ricambio naturale nel Paese dal 1918.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha commentato: “Come conseguenza dell’abbassamento di natalità vi è un abbassamento del numero delle famiglie. Questo significa che il tessuto del nostro Paese si indebolisce e va assunta ogni iniziativa per contrastare questo fenomeno”.

Previsione

Finora il processo di invecchiamento della popolazione è stato sorretto da una presenza solida di popolazione nell’asse portante dell’età attiva, nei prossimi anni non sarà più così col rischio di veder indebolire progressivamente il pilastro produttivo del Paese per il combinarsi di un basso peso demografico con una bassa partecipazione effettiva al mercato del lavoro.

Sfide

Quella che pone la demografia è, infatti, una sfida collettiva che chiama in causa l’impegno comune per la costruzione di un futuro più solido a partire dalle scelte di oggi. Su come far maturare la giusta consapevolezza siamo pressoché all’anno zero, con l’atteggiamento pubblico nei confronti delle trasformazioni demografiche che continua ad oscillare tra la rimozione e la drammatizzazione.

Punto di partenza: il cambiamento di mentalità

Mettere al centro le scelte consapevoli dei cittadini e la capacità di generare valore in tutte le fasi della vita.

Tale valorizzazione è possibile perché il cambiamento connesso con il processo di invecchiamento non è solo quantitativo ma anche, anzi soprattutto, qualitativo. Mentre la crescita quantitativa è destinata poi a stabilizzarsi, il cambiamento qualitativo è invece un processo in continua evoluzione: è quindi soprattutto a questo secondo che ci si deve preparare, usando l’urgenza posta da primo.

Dai dati alla vita reale

1) L’allarme non viene solo dall’Istat. Ce lo ripete anche l’Onu. Gli italiani sono un gruppo etnico in via di estinzione, se le tendenze individuate dalla Population Division del Department of Economic and Social Affairs del Palazzo di vetro non verranno invertite.

Le grandi città italiane resistono soltanto grazie all’immigrazione. Si tratta di una rivoluzione culturale che riguarderà:

  •   una nuova tipologia di figli: senza fratelli, zii, cugini;
  •   una nuova democrazia così come l’Occidente ha imparato a pensarla e a costruirla dovrà ripensarsi. Cosa succede quando una maggioranza di adulti anziani costituirà la maggioranza degli aventi diritto al voto a scapito di una minoranza di giovani che inevitabilmente, non avranno rappresentanza?
  •   nuovi rapporti internazionali: il Paese diventerà  più vulnerabile;
  •   milieu culturale più generale secondo il quale il numero dei figli non implementa la ricchezza della famiglia, ma la minaccia.

2) Questo è intrecciato anche al secondo motivo, ovvero la cronica carenza di politiche pubbliche a sostegno delle famiglie con figli, sia in termini fiscali sia di servizi per l’infanzia.

3) A sua volta intrecciato con il terzo motivo, ovvero con la sensazione di abbandono che hanno percepito i giovani italiani nel percorso di transizione alla vita adulta e le giovani famiglie durante la crisi economica. Non è un caso che i Paesi che vedono oggi un andamento più favorevole della natalità sono quelli che sono intervenuti con più forza, in termini di politiche familiari e di autonomia dei giovani, proprio durante la recessione. Dove questo non è avvenuto è cresciuto un diffuso senso di insicurezza verso il futuro che anziché stemperarsi dopo la crisi sembra essere sceso in profondità. Va eliminato un luogo comune che svia dalla lettura corretta dei dati.

Donna e lavoro

Si tratta del binomio donna e lavoro che nell’opinione più diffusa significa meno figli. Nei Paesi in cui la parità fra i sessi è più marcata e il tasso di occupazione

delle donne è più alto si fanno più figli, inoltre, e citiamo ancora lo studio di Lisa Bottinelli, «le regioni con importanti quote di donne altamente qualificate sono anche quelle con la natalità più alta». Ovviamente il modello sono ancora e sempre i Paesi scandinavi. La denatalità d’altronde ha una notevole influenza anche sul livello della crescita economica di un paese.

Un ruolo inaspettato: Big Data

Lo strapotere incontrastato dei cosiddetti Big Data, cioè delle poche multinazionali che hanno il dominio dei social è, come ha denunciato Shoshana Zuboff la costruzione di modelli previsionali venduti a caro prezzo, grazie ai quali accumulano ricchezze sterminate. Scrive la Zuboff: “L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato, quello dei cosiddetti ‘mercati comportamentali a termine’… dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”. Secondo Goldman, il suicidio demografico italiano ha a che fare anche con il declino del cattolicesimo. Decine di nuovi studi documentano il legame tra fede religiosa e fertilità. La religione ha cessato di svolgere un ruolo significativo nella società italiana. In sostanza all’allungamento della vita è seguita, paradossalmente, la crisi della crescita demografica.

Misure in preparazione

L’assegno universale dalla nascita all’età adulta ipotizzato dalla ministra per la Famiglia Elena Bonetti, insieme ad un fisco family-friendly, un ampliamento dei congedi parentali, l’armonizzazione tra tempi di vita e di lavoro ci chiediamo: potrebbero essere la soluzione?

Pur riconoscendo che le misure sono ispirate a una buona volontà di intenti rileviamo che esse non sono inserite in un ‘progetto di Paese’ in grado di mettere in relazione positiva le specificità dell’Italia con i processi di cambiamento del Ventunesimo secolo, assegnando alle nuove generazioni, adeguatamente rafforzate e preparate, un ruolo centrale nel realizzarlo. E invece continuiamo a destinare meno della media europea le risorse alle politiche familiari, cosicché ci troviamo ad avere uno dei tassi di fecondità tra i più bassi del continente; a spendere di meno in formazione, cosicché ci troviamo con alta dispersione scolastica e bassa quota di laureati; a investire di meno in welfare attivo, ricerca e sviluppo, cosicché ci troviamo con più alta incidenza di Neet (gli under 35 che non studiano e non lavorano) e con largo sottoutilizzo del capitale umano dei giovani più qua-lificati.

Ciò detto consideriamo che la crisi delle nascite vada analizzata ricomprendendo le ragioni più profonde che vanno al di là dei motivi economici.

Infatti, vogliamo significare che la famiglia va considerata nella sua totalità come “comunità di relazioni” interne, esterne, personali, territoriali, con le istituzioni con gli enti locali, con i servizi, etc. Questo significa che la famiglia è più rilevante della somma dei singoli contributi che ciascun partecipante può da solo significare. Tutte le misure, dunque, possono essere utili, ma di per sé neutre se non cambia la cultura che le determina. Per cambiare cultura e fare passi avanti e durevoli nel tempo, bisognerebbe che più realtà si mettessero in gioco. In Germania, ad esempio, funzionano le “alleanze per la conciliazione”. La parola chiave è “alleanza” che determina un impegno focalizzato e finalizzato di più realtà (pubblico, privato, cittadini e aziende, sindacati, famiglie, Terzo settore: cioè tutti gli attori sociali) per realizzare una vera rivoluzione nell’impegno politico.

Ma c’è di più. Guardando più a fondo ci rendiamo conto che da una ventina d’anni è iniziato un lento suicidio della nostra cultura. In questo ambito infatti sono da tempo in atto due fenomeni interconnessi tra loro: la scomparsa dell’età dell’infanzia e la diffusione dell’ethos infantili stico degli adulti.