Parliamo insieme di democrazia

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Una riflessione della Presidente Nazionale riguardo la vita parlamentare "sospesa" a causa della pandemia Covid-19 - Roma, 19 marzo 2020

L’approvazione del Bilancio di esercizio 2018/2019 della nostra associazione per via telematica può creare delle perplessità circa la validità del voto, espresso grazie alla modalità scelta. Questione oggi superata grazie alla pubblicazione il 17 marzo 2020 in Gazzetta del DCM «Cura Italia» del 16 marzo 2020. Il provvedimento, infatti, autorizza per l’emergenza ◾modalità telematiche di svolgimento delle assemblee (i.e. in deroga alla disciplina civilistica), ordinarie di approvazione del bilancio -anche in deroga alle previsioni statutarie-; l’esercizio del voto in via elettronica o per corrispondenza; l’intervento all’assemblea mediante mezzi di telecomunicazione.
La questione, tuttavia, ha suscitato delle perplessità riguardo all’esercizio della democrazia anche in futuro che vale la pena discutere. I dubbi (che permangono anche dopo il Decreto che si limita a concedere una possibilità in una circostanza particolare) rimandano essenzialmente due aspetti: una tutta interna (il nostro Statuto su tale aspetto è “evasivo”); ed una più generale che investe il compito delle Assemblee quando questo viene assorbito dalla deliberazione della Presidenza/te; comportando perciò la sospensione della nostra democrazia parlamentare/assembleare in una fase così difficile.
Riguardo al p. 1 la stessa “lettera” del nostro Statuto ci avrebbe consentito, anche in assenza del Decreto Curaitalia, di decidere la modalità, come in realtà è stato fatto, dell’espressione di voto in quanto l’art. 59 del Regolamento statutario, pur prevedendo un termine per l’approvazione del bilancio, non stabilisce il mezzo con il quale detta approvazione debba avvenire. Inoltre, fatta salva la garanzia di esprimere o non esprimere il consenso ed approvazione, l’assise nazionale può ritenersi valida e ratificata nelle sue modalità di svolgimento, con la collegialità comunque sempre riconosciuta. Inoltre le aventi diritto al voto sono state debitamente informate circa l’indicazione delle modalità (circolare n.6/20 prot n. 39/20) ritualmente comunicata, cui ha corrisposto la manifestazione di adesione delle Consigliere stesse.
Ma, se la questione per noi può dirsi chiusa, il dibattito nel Paese è all’ordine del giorno acceso già da tempo dalla modalità di voto adottata dai 5Stelle grazie alla Piattaforma Rousseau. Va da sé che stiamo parlando di una condizione di emergenza che, come tale, costringe, in maniera improvvisa e non prevista, tra due esigenze: la necessità di “governare l’esistente” senza che venga meno la funzione delle sedi di controllo.
Sappiamo bene però che l’espressione di un voto parlamentare è legato a fenomeni e fattori che si realizzano nel corso del dibattito, sulla base delle novità che emergono durante la discussione, alla luce dell’atteggiamento che il governo decide di adottare di fronte ad una scelta.
Arriviamo allora al p.2.
Il nostro ordinamento costituzionale, mentre concede al Parlamento autonomia e insindacabilità, non prevede una regolamentazione degli stati di emergenza ed inoltre l’art. 64 (comma 2) richiede la “presenza” dei componenti per le deliberazioni e sembra escludere, così, ogni altra possibilità. La domanda allora è: se ogni attività in “presenza” dovesse venir meno, la democrazia parlamentare nel nostro Paese sarebbe di fatto sospesa? O comunque concentrata soltanto nelle mani del Consiglio dei Ministri e del suo Presidente? Nella storia italiana, si ricordano solo due casi di “sospensione parlamentare”, entrambi legati a due fatti drammatici. Il primo fu l’ingresso dell’Italia in guerra nel 1915, stabilito dal governo Salandra d’intesa con Vittorio Emanuele III bypassando completamente la Camera dove il sentimento più diffuso (sia tra i liberali di Giolitti che tra i socialisti di Turati) era il neutralismo negoziante, e il secondo fu il “caso Moro”, nei cui 40 giorni i presidenti delle Camere Ingrao e Fanfani non convocarono le aule per non aggiungere elementi di perturbazione (fatto criticato all’epoca e successivamente). Ma in entrambi i casi furono scelte politiche, non legate all’impossibilità pratica e concreta dei rappresentanti della Nazione di entrare in Aula ed esercitare il proprio mandato.
E allora? Importanti costituzionalisti avanzano l’ipotesi che almeno in periodo di emergenza, la parola “presenza” dell’art 64 della Costituzione si possa intendere in senso ampio, come “connessione”. Ciò significherebbe che in linea di principio, come in tutti gli moderni Stati democratici, vale la norma (non scritta e implicita nell’ordinamento stesso) chiamata “principio di libertà” che recita: “tutto ciò che non è vietato è permesso”.
La questione allora è risolta? Non stiamo ragionando attorno a questioni di “lana caprina” o spaccando il “capello in quattro”, perché sappiamo bene come in momenti di difficoltà come l’attuale, che lambisce tutti i settori determinando una sorta di sospensione che può spingersi fino “ad limen” sconosciuto, anche le democrazie più solide nel passato hanno scelto la via breve di sospendere la vita democratica con gli esiti che conosciamo. Dobbiamo capirlo: il XXI secolo, che sembrava offrici una pace scontata, si apre con una amara verità: le guerre non sono più quelle del XX secolo.
Torniamo al punto 2. Il parlamento, dunque, per i nostri Padri costituenti non è soltanto il luogo dei dibattiti/confronti e della espressione della volontà popolare: è il luogo che esprime la vigilanza democratica. Già in questi giorni si è aperto un vulnus poiché la maggioranza numerica necessaria (n. 350 per approvare -ad esempio- i Decreti d’urgenza), da quali parlamentari è assicurata e scelti da chi? La pandemia sta rendendo di fatto impossibile l’applicazione del principio di rappresentanza ledendo gli equilibri stabiliti dal voto popolare? Due esempi. Il gruppo del Partito Democratico, ad oggi, a seguito delle disposizioni stabilite dalle autorità sanitarie (e non sulla base della paura dei singoli) se domattina venisse convocata in via di somma urgenza la Camera potrebbe disporre solo di 50 componenti su 90, perché 40 sono stati messi obbligatoriamente in quarantena a causa della diffusione del virus.
Ancora: il principale gruppo dell’opposizione, la Lega, è composto in modo rilevante e significativo da parlamentari eletti nelle zone di maggiore diffusione del virus, Lombardia e Veneto, ed è plausibile che anche in questo caso in una condizione di esigenza di presenza immediata si rileverebbero numerose e forzate assenze. Ma non basta. La situazione attuale riverbera anche su un altro aspetto della democrazia giocata sul terreno delle necessità: dopo anni di durissimo attacco alla casta, alle élite, alle competenze condotto da alcune forze politiche, sembra venuto il momento della scienza, di chi parla a ragion veduta, degli esperti. Lo stesso ceto politico che fino a ieri teorizzava che “l’uno vale uno”, oggi chiede al Paese di fidarsi di chi sa.
Possiamo esultare perché ciò significa il ritorno alla ragione dopo anni di “dittatura” della pancia?. Ma… c’è sempre un “ma” in agguato perché in un sistema democratico si tratta sempre di distinguere i mezzi (telematici) dai fini (decisioni rapide perché necessarie?), o se una qualsivoglia maggioranza non ledere, come detto sopra, gli equilibri stabiliti dal voto popolare sostituito da un “gabinetto di guerra”.
Quale Italia dopo il Covid 19? La democrazia parlamentare lascerà il posto al decisionismo governativo? Alcuni affermano che già siamo alle prove generali in quanto l’adozione, sia pure addolcita, della linea cinese ha significato la sospensione di molte libertà individuali, la decisione ope legis nel campo vivo dei diritti come la determinazione di comportamenti collettivi grazie a strumenti inusuali (come i decreti del presidente del consiglio), limitando il lavoro delle Camere a un giorno alla settimana e facendole votare a ranghi ridotti.
Un sostanziale depotenziamento degli organi collegiali e assembleari. Da molto tempo si discute in Italia attorno al tema di una Grande Riforma costituzionale che vada verso il modello del premierato che garantirebbe decisionalità, rapidità, durata dei governi, fine dello strapotere dei partiti. Il modello oggi è costituito dal presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte: un premier sui generis, privo di legittimazione popolare, senza un partito alle spalle.
Forse è finita anche la lunga stagione dei NoTav e dei NoVax ed anche delle Sardine come pure dei partiti di massa o meno: inizia la stagione dei “super” scienziati, politici o meno, ma sempre super.
E non diciamo che il Covid 19 ha decretato la fine del populismo.