L’Italia non è un paese per donne madri

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Articolo di Chiara Saraceno - "La Repubblica" 28 maggio 2020

Essere madri in Italia è una continua corsa ad ostacoli.
Alle inevitabili difficoltà e necessità di riaggiustamenti continui che incontra, a qualunque latitudine, chi ha la responsabilità di figli in Italia si aggiungono un contesto aziendale e delle politiche pubbliche poco amichevole e una divisione delle responsabilità tra padri e madri che continua ad essere fortemente squilibrata a sfavore delle madri, più che in altri Paesi sviluppati, nonostante vi siano segnali di mutamento nelle generazioni più giovani. Uno squilibrio che vincola in modo sproporzionato le opzioni che una madre ha rispetto al lavoro remunerato.
Anche l’organizzazione del lavoro è spesso poco amichevole. L’avere figli continua ad essere considerato una caratteristica negativa quando si tratta di madri, non di padri. Ogni flessibilità richiesta per poter conciliare meglio responsabilità familiari e lavorative è ritenuta un indizio di poco attaccamento al lavoro e un ostacolo insormontabile per l’organizzazione aziendale, salvo imporre la flessibilità quando è un bisogno aziendale. Non a caso c’è più part time involontario che volontario. Lo smart working è stato a lungo considerato con sospetto e resistenze da parte delle aziende, fino a quando la pandemia lo ha reso l’unica opzione possibile. Anche le politiche pubbliche sembrano continuare ad ispirarsi a una idea che la presenza delle madri nel mercato del lavoro sia una eccezione minoritaria, per sostenere la quale bastano politiche marginali.
Ne è un chiaro esempio il bassissimo tasso di copertura dei servizi educativi per la prima infanzia (che per altro lede anche il diritto della stragrande maggioranza dei bambini ad avere opportunità educative non dipendenti esclusivamente dalle condizioni familiari).

La difficoltà delle madri a rimanere sul mercato del lavoro ha conseguenze negative sulla loro autonomia economica e spesso anche sul benessere della loro famiglia.
Anche in epoca pre-Covid 19 l’Italia era uno dei Paesi dell’Unione Europea a più alto tasso di povertà tra le famiglie con figli e tra i minorenni. Questo dato era strettamente correlato alla prevalenza di famiglie monoreddito, oltre che alla frammentarietà e inadeguatezza dei trasferimenti monetari legati alla presenza di figli. È un quadro fin troppo noto agli addetti ai lavori, anche se largamente ignorato dai decisori politici, su cui ha riportato l’attenzione l’ultimo rapporto di Save the Children su “le equilibriste” della maternità.
Questo insieme di criticità è esploso con l’epidemia, prima con la chiusura delle scuole e di tutti i servizi, ora con una riapertura che, oltre a vedere messi a grave rischio molti settori con una prevalenza di occupate donne (commercio, turismo, servizi sociali), continua a mantenere chiusi i servizi educativi e le scuole.
Una indagine rappresentativa effettuata da Del Boca ed altre, di cui si è dato conto su lavoce.info , ha trovato che la stragrande maggioranza delle madri in smart working ha aumentato il carico di lavoro complessivo — tra compresenza di tutti 24 ore su 24 e compiti addizionali legati alla didattica a distanza — mentre ciò è avvenuto solo per il 55% dei padri. Chi era impegnata nei lavori essenziali (sanità, grande distribuzione, logistica) ha trovato insufficiente sostegno pubblico alla cura e supervisione dei figli piccoli mentre era al lavoro. Chi si è trovata a fronteggiare perdite di reddito proprie o del compagno, o comunque era ed è in gravi ristrettezze economiche, oltre all’ansia per il futuro si è trovata e si trova a gestire richieste spesso impossibili da soddisfare, tra didattica a distanza, irrequietezza di figli chiusi in gabbia in spazi spesso ristretti, difficoltà a garantire il loro benessere fisico.
Anche chi è diventata madre durante il lockdown, segnala il rapporto di Save the Children, si è trovata sola, senza gli usuali servizi di accompagnamento prima e dopo il parto e spesso senza poter neppure ricorrere all’aiuto di familiari. Altro che “paese della mamma”!

Chiara Saraceno

da “la Repubblica” del 28 maggio 2020