Il nostro 2 giugno

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Riflessioni sulla Festa della Repubblica Italiana

Il diritto di voto delle donne deve essere letto come un fatto rivoluzionario, un rovesciamento dell’intera storia umana, di una tradizione millenaria che sanzionava la separatezza tra la vita maschile, legata alle relazioni pubbliche, al potere di dissuasione, alla costruzione della storia, alla ragione e alla libertà, e la vita femminile, concentrata sul privato familiare, sulla ripetizione, sulla quotidianità dell’esistenza, sulla natura.
Il contesto del decreto del gennaio 1945, e poi la pratica nel 1946, è vissuto però dalla società italiana entro una sostanziale contraddizione. In primo luogo, pubblicamente, e basta vedere i giornali del tempo, è vissuto sotto il segno della continuità, della non novità, della sua ovvietà e inevitabilità, senza contrasti significativi, a differenza della storia precedente. Favoriscono questo approccio di ovvietà esplicito, frasi sui giornali del tipo “le donne voteranno come i loro uomini” o ancora “non cambia nulla”, anche la perdita di memoria femminista legata al fascismo ed anche alla lotta antimodernista, al pregiudizio antiborghese dei movimenti femminili di sinistra. Non basta: si aggiunge il contesto familista mondiale degli anni ’30, che ha mutato le attese femminili dalle rivendicazioni giuridiche alla costruzione di nuove esperienze della coppia.
Il dato di un’evoluzione di fatto della condizione femminile, è apparentemente pacificato e tranquillo e alieno dai conflitti, mentre sono latenti nella società italiana molti fattori innovativi, non sufficientemente avvertiti dalle dirigenze maschili e non sempre nemmeno dalle coscienze femminili. Si tratta del peso dei nuovi processi di scolarizzazione, socializzazione e mobilità che il fascismo, malgrado la legislazione antifemminile, non ha potuto bloccare. Crescono le organizzazioni di massa in area cattolica che sono di per sé uno spostamento della presenza femminile dal privato al pubblico.
Gioca un ruolo determinante l’impatto delle responsabilità e dei compiti assunti dalle donne durante il dramma della guerra e la partecipazione alla Resistenza.
La conquista del voto è accompagnata, almeno in area femminile, da una fortissima enfasi sulla sua novità, dalla commozione del primo voto, come ricordano un’infinità di memorie personali, da un sentimento di fierezza, dai primi, pur vaghi e minoritari, segnali di un mutamento di identità di genere.

Per quanto riguarda l’area cattolica, se ne hanno i primi segni con il primo convegno delle donne democristiane e di quelle delle Acli femminili, che esprimono il protagonismo emergente e la qualità delle domande rivolte dalle donne alla fase che si apre. I testi ci trasmettono il mix che caratterizza il periodo, fra la fortissima enfasi delle ragioni religiose dell’impegno delle donne, che sarà poi esaltato con il discorso di Pio XII nel novembre 1945, e il sentimento di novità radicale, di attese, di rivendicazioni, trasmesse in parte da quanti avevano conservato la memoria del prefascismo e avevano esperienze internazionali, basti pensare alla Cingolani, alla Federici e alla Conci. La politica delle donne assume in questa fase caratteristiche proprie. La politica emergente, il nuovo far politica delle donne si esprime in primo luogo nella continuità con il solidarismo resistenziale, anche dove la Resistenza non c’è stata, attraverso una rete straordinaria di iniziative di sostegno a reduci, sfollati e bambini, che esprime il segno proprio delle donne e dell’assunzione di una responsabilità politica. Qualcosa che è insieme il segno del modo diverso del voler far politica delle donne e anche la coscienza dell’esclusione dalla politica che conta, entro una logica di partecipazione collettiva che peraltro anticipa il moderno volontariato: l’assunzione di responsabilità civile. Non è più la vecchia beneficenza, non è più la disponibilità della donna ad aiutare gli altri, è qualcosa che ha segni politici e forma ceto politico femminile, forma competenze femminili e rappresenta una scelta acuta e intelligente, realistica ma carica di futuro.

La stessa costruzione dei movimenti femminili di massa, in particolare l’UDI e il CIF, va vista come luogo di formazione delle donne alla politica. Giudicati a lungo dalla storiografia come prima forma di rottura dell’unità resistenziale, in realtà essi sono gli strumenti di un’introduzione piena delle donne entro la politica reale, entro le opzioni con cui si confronterà la società italiana. É grazie alla formazione di proposte politiche femminili capaci di condizionare le scelte generali, come si vedrà con la Costituente, e attraverso questa collocazione politica militante non mascherata, in una fase in cui sono i partiti gli stimolatori della partecipazione democratica anche delle donne, che le donne potranno essere presenti alle scelte fondamentali del Paese. Scriverà più tardi una delle dirigenti più acute e anticonformiste del Movimento femminile della Dc, Stefania Rossi: “La costruzione della libertà richiede articolazione dialettica di contenuti diversi senza i quali essa rimane vuota forma”.
Era utopia pensare alla soluzione del problema femminile avulsa dal contesto di una concezione globale. Questo avrebbe escluso le donne dalla vita civica e politica, segregandole in una notte in cui tutte le cose sono nere. Non dunque rottura dell’unità resistenziale, ma registrazione della forza della politica che aveva espresso un autorevolissimo costituente come Costantino Mortati, prima ancora del voto della stessa Costituente, e cioè il tenore astensionista. Con il voto alle donne il rischio era che l’astensionismo aumentasse e quindi la legittimazione delle nuove istituzioni si indebolisse. Questo timore sarà respinto sia in chiave democratica generale, ma anche sul terreno che oggi potremmo chiamare femminista.

In un bellissimo articolo la Federici che si esprime con molta durezza e molta forza contro le tentazioni di un certo mondo maschile che invita le donne a non andare a votare, che cerca di lasciarle fuori dall’esercizio di questa cittadinanza. Le previsioni sulle conseguenze dell’allargamento del voto cadranno. La spinta delle donne a far votare malati, vecchi e analfabeti, una delle forme massime di partecipazione al triplice voto del 1946 –le due fasi amministrative e quella politica – e poi ancora di più nel ’48, costituirà quasi una prima pedagogia democratica sul valore del voto, che avrà immediatamente effetti sulle forme della campagna elettorale, pensiamo alle riunioni di caseggiato, e sulla persistenza a lungo di percentuali di votanti abbastanza elevate nel nostro Paese. Si tratta di un’autentica leadership anti astensionista assunta dalle donne e sostenuta dai movimenti femminili sia nelle elezioni del ’46 e ancor più in quella del ’48, sia pure in un contesto politicamente ed emotivamente non del tutto analogo.

Il voto femminile secondo il parere unanime di tutti gli statistici elettorali, ed è questo il dato che dà fastidio e che gli storici non registrano come si deve, deciderà degli sviluppi politici della Repubblica. Lo deciderà per gli sviluppi politici generali, è importante ricordarlo e si è molto parlato nei decenni recenti di gap elettorale, ma lo deciderà anche per le varianti locali. L’Emilia Romagna e la Toscana rovesceranno le previsioni negative per il Pci del voto femminile grazie alla mobilitazione delle donne delle campagne legate alla tradizione di sinistra. Non solo, ma questo ruolo decisivo delle donne è stato letto a lungo sotto il segno dell’arretratezza. La Dc in sostanza vince per il voto delle donne e queste sono arretrate – gli statistici elettorali sono stati espliciti su questo –, vecchie, ignoranti eccetera. Questa arretratezza sarà anche interpretata in modo scorretto. Uno dei primi statistici elettorali scriverà che le donne della Dc sono arretrate perché non votano donne, mentre socialiste e comunisti sì. Al contrario ci saranno 9 donne Dc alla Costituente e solo 2 socialiste, mentre il Psi era il secondo partito del tempo.

Dunque il voto alle donne ha un peso decisivo e lo avrà nel mutamento degli equilibri politici negli anni ’70, lo avrà nella lunga transizione ed in particolare nel 1994. É un fatto che ci sono solo tre personalità che prendono sul serio il voto alle donne, magari sul terreno del calcolo, e sono: Togliatti, Pio XII e De Gasperi. Loro sono i tre discorsi fondamentali che vengono rivolti alle donne fra il 1945 e il 1946.

Togliatti era quello che certamente sarebbe stato più colpito dal voto alle donne, ma non rinuncia a ciò e lo legge tutto nella chiave di un processo necessario di modernizzazione cui lega il futuro del Partito comunista, affrontando anche molte critiche interne.

Pio XII lo vede come una delle condizioni indispensabili del nuovo rapporto tra Chiesa e democrazia, ciò che garantisce in qualche modo un’alleanza tra Chiesa e popolo e il radicamento religioso della democrazia. Non è un caso che il discorso importantissimo di Pio XII alle donne del 1945 del Cif (Res tua agitur)può essere letto come il più intransigente dei discorsi di Pio XII, quello in cui più forte è la denuncia del capitalismo e del socialismo e la contrapposizione al mondo moderno, chiedendo soprattutto alle donne questa difesa religiosa ed affidando loro un compito fondamentale che legittimerà la fierezza femminile e che impegnerà fortissimamente le donne del movimento cattolico. Anche se bisogna dire che le scelte delle costituenti sono state precedenti a quel discorso ed avevano già avuto radici proprie e nascevano tutte nell’ambito dell’antifascismo.

De Gasperi era certamente preoccupato, ricordiamo una sua lettera a Scelba in cui prospettava i suoi timori di una destra clericale che si sarebbe avvantaggiata della mobilitazione delle grandi organizzazioni di massa femminili. Il discorso di De Gasperi al convegno del Movimento femminile della Dc a Roma è tutto basato sulla scoperta del carattere laico della militanza politica, della tolleranza, del valore della libertà e del dialogo, del superamento del nazionalismo, tutto in sostanza nella chiave di quelli che sono i valori portanti del cattolicesimo democratico e dell’impegno femminile cattolico in politica. Certo è che, mentre l’area laico, liberale, azionista e socialista poteva contare, per certi versi, su donne di grande valore, anche di storia, di cultura, di prestigio nazionale molto maggiore di quelle che saranno le dirigenze cattoliche e socialiste, da Teresita Sandeski Scelba a Maria Calogero a Nina Ruffini eccetera, mai prese troppo sul serio. C’è da chiedersi, nella storia degli equilibri politici italiani, se le difficoltà dei socialisti, la brevissima vita del Partito d’azione, la riduzione del peso dell’area liberale, non siano legati anche a questa sorta di mancata inventiva sul come giocarsi il voto alle donne. Gli stessi numeri delle donne alla Costituente ne sono una conferma: 9 democristiane, 2 socialiste, 9 comuniste, 1 dell’Uomo qualunque.

Le straordinarie donne che furono membri della Costituente non si videro riconoscere allora la qualità del loro apporto. Furono spesso ridicolizzate dalla stampa o come tutte brutte, le comuniste, o come bigotte e clericali, le democristiane. Questa è l’immagine che viene trasmessa. A proposito si fatica ad avere le biografie di queste donne. Eppure tutte dobbiamo loro moltissimo. Si tratta di donne di grande spessore, con esperienze culturali e politiche di peso, anche internazionali pur non potendo in questa sede richiamarle. Fu comune ad esse un riconoscersi, forse inconsciamente ed anche al di là delle divisioni. Basterebbe ricordare come, pur nello scontro in epoca di guerra fredda, la convergenza sulla legislazione paritaria sia rimasta una costante, malgrado le sue lentezze, almeno fino agli anni ’70. Basterebbe ancora ricordare il fatto che in quel primo voto femminile il Sud fu molto meno assente per le donne Dc più di quanto sarebbe avvenuto in seguito. Furono elette Vittoria Titomanlio in Campania, Maria Nicotra in Sicilia, Filomena Delli Castelli in Abruzzo, la Maria De Unterrichter Jervolino nel collegio unico nazionale, insomma una percentuale non ridotta.

Del lavoro delle donne alla Costituente quello che si può dire, sono fondamentalmente due cose. La prima è che le donne si riconobbero subito, inconsciamente forse e senza teorizzazioni, nel dovere di rappresentare gli interessi delle donne. C’era questa novità radicale, si doveva riscrivere questo patto nazionale e l’obiettivo di riscrivervi le condizioni della vita femminile fu qualcosa a cui non si sottrassero. Costruirono una convergenza che andò oltre, ma ne fu anche fortemente segnata da quella stessa convergenza che proprio in questi giorni stiamo celebrando come uno dei dati della costruzione della Costituzione. Quindi ad una convergenza generale dei costituenti, all’interno della Commissione dei 75, dove trovarono l’equilibrio tra i diritti individuali, civili, politici e sociali, in qualche modo riconoscendo l’intreccio irrinunciabile di tutti essi, si aggiunse di fatto, malgrado qualche diversità, la sostanziale convergenza delle donne. Basterebbe ricordare, nella terza sottocommissione dei 75, tre discorsi che apparentemente partivano da punti di vista diversi sul sostegno alla famiglia, di Maria Federici, Teresa Noce e Angelina Livia Merlin, e che poi riletti oggi sono assolutamente convergenti. C’è dunque da rileggere questa presenza delle donne nel dibattito alla Costituente e, rileggendola, si arrivano a scoprire delle aperture straordinarie.

Fecero parte della Commissione dei 75: Nilde Iotti e Teresa Noce per il Pci, la Maria Federici e Angela Gotelli per la Dc, la Angelina Livia Merlin per i socialisti. Tutte, anche quelle che lavorarono in aula, assunsero fino in fondo questa capacità di rappresentanza delle esigenze delle donne. La vulgata trasmette un’immagine delle democristiane, magari anche attente ai diritti della donna lavoratrice o all’importanza della scolarizzazione, ma “meno incisiva sulle condizioni di ineguaglianza fra i sessi che avevano origine nella sfera privata”. Una lettura più attenta degli atti della Commissione e dei documenti del tempo dà un’immagine diversa, pur certamente fra alcune diversità di approccio delle quali la più clamorosa è la parola “indissolubile” nella definizione dell’articolo sulla famiglia. Ad esempio, che Maria Federici propose due articoli, uno era per il sostegno alla famiglia, poi rimodellato nel Comitato di coordinamento complessivo, e un altro estendeva questo sostegno, nella stessa misura, alle unioni irregolari. Ciò non per una questione di relativismo etico, ma perché si pensava ai bambini che vivevano all’interno delle unioni non regolari e la cui situazione appariva altrettanto drammatica di quella dei bambini delle famiglie regolari povere. Ci furono sicuramente alcuni equivoci, pensiamo alla parola “essenziale” nell’articolo che riguardava l’“essenziale funzione familiare”, che ebbe certamente due interpretazioni diverse tra i costituenti. Molti uomini la interpretarono come il fatto che la funzione familiare fosse essenziale per le donne rispetto al lavoro. Le parlamentari comuniste votarono contro la parola essenziale, mentre le parlamentari democristiane dissero giustamente che la parola essenziale riguardava ciò che era essenziale nella funzione familiare. In fondo è quell’articolo che consentirà la legislazione sulla tutela della lavoratrice madre, cioè un di più di differenza rispetto all’uguaglianza garantita della Costituzione, il divieto di licenziamenti per il matrimonio. Insomma tutta una serie di approcci alla questione dei diritti che tenevano conto della diversità del collocarsi delle donne di fronte ad un insieme di tematiche.

Oggi sentiamo l’esigenza della ricostruzione di queste biografie, delle battaglie che hanno condotto, delle operazioni fatte, anche nelle loro varianti regionali. Siccome in queste cose l’appello alla memoria personale, visto che le donne purtroppo lasciano poche carte, è una questione fondamentale, vanno ricordate per la Campania: Adele Scandone, Corina Bottiglieri, Maria Maggio, Magda Navas, Leda Bonauro. É vero che la memoria è la parte più riduttiva della ricostruzione storica, ma comunque è importante.

Ciò che in conclusione se ne deve trarre è che la modernizzazione del paese comincia anche da qui. Comincia da questo protagonismo femminile convergente, dalla presa di coscienza delle ipocrisie maschili, ma anche da una presa di coscienza democratica che determinerà anche in area cattolica una nuova spiritualità femminile. Sarebbe stata la stessa la storia del movimento cattolico se nel 1951 Carmela Rossi, presidente dell’Unione Donne dell’Azione cattolica, Alda Miceli, presidente di Gioventù Femminile, Maria Badaloni, presidente dei maestri cattolici, non fossero andate a dare a De Gasperi la loro solidarietà contro l’operazione Sturzo a Roma? L’isolamento di Gedda in quella circostanza, che determinò un modo di essere del movimento cattolico, sarebbe stato lo stesso? Si deve considerare che in qualche modo era una presa di posizione inattesa. Nel senso che, nel bene e nel male, la spiritualità su cui si era andata costruendo l’organizzazione di massa femminile cattolica era piuttosto quella dell’obbedienza che non dell’autonomia. Infatti Pio XII, in un’udienza a loro dedicata, dirà “mi avete tradito”, questo da ricordi delle protagoniste. Ma come giocò quella mobilitazione politica anti astensionista del 1946-48 per determinare questa scelta? Come giocarono le discussioni nella giunta di Azione cattolica? Nella storia della Repubblica quel passaggio, quella scelta delle dirigenti dei grandi organismi femminili dell’Azione cattolica, meriterebbe di essere un po’ più sottolineata di quanto non sia stato fin qui fatto.

C’è un irrisolto di questa scoperta della cittadinanza. Questo è forse legato all’enfasi più sui doveri che sui diritti, ma in una fase storica in cui il problema più importante era quello di riproporre al Paese un’etica civile. Ciò era comune a tutte le forze politiche, da un’etica illuminista di tipo laico all’etica comunista e certamente era un compito anche dell’etica cattolica.

Le donne hanno certamente rappresentato un elemento forte dei processi di modernizzazione della società italiana. Le spinte distinte ma convergenti, malgrado la guerra fredda, per la modifica legislativa in chiave paritaria – giurie popolari, polizia femminile, parità di salario, accesso a tutte le carriere e così via –, ma tenendo conto delle differenze. L’evoluzione del costume, pensiamo alla legge Merlin. C’è un dato particolare da ricordare. Queste parlamentari fanno un lavoro straordinario e riescono ad inserire decine di migliaia di donne nella vita sociale, grazie ai comitati di difesa della donna, ma non si limitano a far approvare la legge ma la gestiscono fino agli anni ’80 nella loro realizzazione, con un rispetto per la riservatezza e delicatezza del problema non parlando mai pubblicamente di questa attività straordinaria. Quanti politici uomini, avrebbero svolto un’attività politica di quel peso senza giocarsi minimamente l’aspetto pubblicitario di quell’iniziativa? E la convergenza di donne straordinarie, da Pia Golini Lombardi a Stefania Rossi a Teresa Sandeski Scelba, diversissime tra loro come mentalità, con un rispetto della delicatezza e riservatezza di tutto il processo di reinserimento e rieducazione delle prostitute uscite dalle case chiuse che è stato documentato in un modo straordinario.

Due cose per chiudere e soltanto per accennare al dopo di questa storia della prima parte della Repubblica. I documenti dicono che c’è tra le donne Dc una consapevolezza anticipata dei costi della modernizzazione e dei rischi della secolarizzazione. Anche se nel convegno di San Pellegrino ne parlano ancora molto poco, le donne Dc affidano nel 1963 una ricerca ad Ardigò che mette in evidenza il rapporto tra emancipazione femminile e urbanesimo. Il CIF affida una ricerca a Giulio Tentori sul mutamento della figura femminili. Le Acli femminili hanno svolto un’inchiesta straordinaria e sconvolgente nel 1964-66. La consapevolezza dell’emergere del problema della famiglia e delle condizioni della maternità in area cattolica e in area di sinistra, con una differenza fondamentale che forse segna le ragioni per le quali siamo il Paese più arretrato d’Europa per le politiche della famiglia. E cioè che nell’area politica ufficiale maschile il tema della famiglia è visto come grande scontro ideologico, nell’area del confronto tra le donne è visto sul terreno pratico e concreto delle soluzioni necessarie. Nel pieno degli anni ’70, in seno al delicatissimo e drammatico scontro sul divorzio e l’aborto, le donne si battono per quell’elemento di convergenza, quello straordinario anticorpo allo scontro, che era la riforma del diritto di famiglia e si lamentano della disattenzione maschile al problema politico della riforma del diritto di famiglia e che passerà soltanto per la pressione delle donne come Rosetta Iervolino Franca Falcucci e Maria Eletta Martini.

Infine la risposta maturata nell’area delle donne Dc alla crisi che stava attraversando la società italiana e che ha un nome: strategia della partecipazione. Questa si comincia a sviluppare nell’area del Movimento femminile Dc dal 1964 con il convegno di Maiori e si sviluppa, via via nel tempo, anche grazie a due donne importanti del Movimento femminile della Dc: Maria Badaloni, per quanto riguarda la partecipazione nella scuola, ricordiamo la sua battaglia per i decreti delegati come sottosegretario alla Pubblica Istruzione, e Tina Anselmi, quando affronterà l’ultima più importante riforma della storia della Repubblica che è quella del sistema sanitario.

La democrazia è fatta, perché se ne ricavi un qualche significato rispetto ai grandi e profondi processi di integrazione, di attività della rappresentanza democratica, di attività del Parlamento, delle leggi. Il cammino è davvero lungo e da qui dovremmo ricominciare.