Il CIF fa appello alla responsabilità verso la vita a cui le donne sono chiamate
Documento per i quesiti referendari sulla Legge 40/2004 (19 maggio 2005) 

a cura di Marianna Gensabella Furnari
Consigliera Nazionale Centro Italiano Femminile
Professore Associato di Bioetica Università di Messina

Nel dibattito sulla legge 40 e sui quesiti referendari le donne sembrano giocare un ruolo da protagoniste: al centro dell'attenzione è la tutela di due loro diritti fondamentali, il diritto alla salute e quello all'autodeterminazione. Due diritti che la legge difende, dal momento che a garanzia della salute delle donne le tecniche di procreazione medicalmente assistita possono essere attuate solo in centri controllati e solo in modo graduale, e che della loro autodeterminazione si fanno carico le norme sul consenso informato. Diritti che  secondo i promotori del referendum non sarebbero adeguatamente garantiti, essendo bilanciati, e quindi in certo modo limitati, dai diritti dell'altro soggetto coinvolto, il concepito. Cosa possiamo dire in merito?

Associazione di donne di ispirazione cristiana, il Centro Italiano Femminile ha sempre difeso i diritti delle donne inserendo tale difesa nel più ampio contesto dei valori della dignità della persona, della vita, della famiglia. Nel momento in cui la tecnica interviene a modificare radicalmente il processo della trasmissione della vita, la nostra associazione avverte fortemente la necessità di difendere i diritti delle donne in armonia e non in antitesi con il diritto alla vita dell'embrione, con il diritto alla famiglia del nascituro.

Del resto la stessa differenza di genere di per sé orienta a quell'attenzione alla vita e alle relazioni affettive che hanno sempre caratterizzato l'esperienza delle donne come "prendersi cura" della vita del più debole, sia che si tratti del figlio che si porta in grembo o del bambino, dell'anziano o del  morente. In tale vissuto esperienziale, condiviso nella nostra vita associativa nelle narrazioni di  tante donne, ritroviamo il "genio femminile" su cui ha insistito il magistero di Giovanni Paolo II, la "capacità dell'altro" di cui parla la Lettera ai vescovi cattolici Sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo dell'allora cardinale Joseph Ratzinger.

E' a partire da tale esperienza della nostra vita che ripensiamo oggi le nuove sfide imposte dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita, focalizzando la nostra attenzione ancora una volta, non solo sulla salute e sull' autodeterminazione della donna, ma sull'intreccio tra la  sua vita  e quella del bambino che in lei e attraverso lei viene al mondo. La tutela della salute della donna è  nella maternità non separata, ma sempre interrelata alla salute del bambino che porta in seno: in gravidanza la donna pensa e vive la difesa della sua salute (tranne in drammatici casi limite) come  finalizzata anche e soprattutto alla difesa del figlio che porta in grembo. La tecnica portando la fecondazione fuori dal corpo della madre può rompere questo nesso profondo di interrelazione? Se è vero che il passaggio attraverso il mezzo tecnico rende imperfetto, come leggiamo in Donum vitae, l'atto della procreazione, crediamo tuttavia che l'amore della donna che desidera fortemente un figlio, e che è disposta a qualunque sacrificio pur di realizzare tale desiderio, continui ad essere l'amore materno di sempre: che l'embrione non ancora annidato, in vitro, sia sin dall'inizio un embrione amato, che la donna già vede e sente come suo, che già riveste un ruolo da protagonista nel suo immaginario e nel suo simbolico.

A tale convinzione, non lontana dal vissuto di tante donne, si contrappone la concezione di un embrione "prodotto" dalla tecnica, come qualsivoglia "materiale", in quantità, in modo da non sottoporre la donna più volte alla fatica, al peso di produrlo di nuovo:  "materiale" da accumulare per usi ulteriori, secondo criteri di economicità ed efficienza, "materiale" da scegliere o scartare secondo la buona o cattiva qualità. Questa visione che oppone il diritto alla salute delle donne, visto solo come diritto a non sottoporsi a più trattamenti, e il diritto alla vita e alla dignità dell'embrione ci sembra snaturi il senso profondo dell'esperienza della maternità, il suo essere accoglienza, mettersi a disposizione, aprirsi  alla vita come altro da sé, responsabilità. Se è possibile pensare ad un'etica della maternità all'interno della procreazione medicalmente assistita ciò è solo a partire da un di più di responsabilità della madre nei confronti di quella vita umana che ha chiamato all'esistenza e che non ha ancora nella sua prima fase la protezione del  grembo. E' nella maternità  che la donna avverte dentro di sé in una tempesta di emozioni e di sentimenti,  ciò che per l'uomo è oggetto di pensiero: la vita nascente come una vita altra, che è in lei, ma è tuttavia altra da lei, una vita da custodire, da proteggere con la sua vita stessa.

Una protezione che  deve passare, se la tecnica non  stravolge il senso profondo, esistenziale della maternità, dall'embrione concepito in utero all'embrione concepito in vitro: anche quell'embrione deve essere sin dall'inizio protetto dall'amore della madre. Una protezione che significa, come le donne sanno, anche sacrificio del sé, e che impone che quell'embrione  non sia destinato alla selezione, alla distruzione, alla vita sospesa che è la crioconservazione.

La libertà della donna nella procreazione non può essere allora una libertà che porti il segno dell'assoluta autodeterminazione, perché è una libertà che eccede i limiti dell'io, che si fa tensione all'altro chiamato alla vita: è una libertà-responsabilità, che si fa carico della vita del figlio, che alla lettera "risponde a lui", "risponde di lui". Una libertà-responsabilità che si declina oggi in un modo nuovo, più radicale, ma al tempo stesso meno immediatamente comprensibile.

 Anni di pratica sine lege della fecondazione in vitro ci hanno forse fatto perdere per strada la percezione della novità delle responsabilità verso la vita a cui siamo chiamate. Spetta in questo senso a noi donne un compito particolare che ci veda protagoniste in senso radicalmente diverso da quello proposto dai quesiti referendari. Fare delle tecniche di procreazione medicalmente assistita un nuovo momento di esercizio di una libertà procreativa separata dalla responsabilità sarebbe per noi  non una vittoria ma una sconfitta, non un passo avanti nel nostro processo di liberazione, ma un passo indietro che ci condurrebbe a perdere la differenza di genere, assimilandoci ad una cultura forgiata dalla potente alleanza  tra il dominio della tecnica e l'assolutizzazione delle libertà individuali.

A tale alleanza possiamo, dobbiamo contrapporre i valori maturati nell'esperienza di cura, gli stessi che rendono preziosa un'etica che parli con "voce di donna": la priorità della relazione sull'individualismo, della responsabilità sull'autonomia. Nel momento in cui la tecnica sottrae la vita umana alla naturale protezione del grembo materno, esponendola in vitro al rischio di ogni desiderio, di ogni manipolazione, spetta a noi donne il compito di esercitare in modo nuovo, con un di più di responsabilità, aggiungendo all'emotività e al sentimento la forza della ragione, il compito antico  di custodi della vita.