Denatalità al limite: processo lungo di natura culturale

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Intervista di Paola Di Giulio a Giuseppe De Rita, Presidente del Censis

Secondo l’Istat la situazione è paragonabile a quella di un secolo fa…. Una rottura dell’equilibrio generazionale che ci porterà dove?

E’ un problema di onde lunghe… siamo abituati, per un vizio italiano e mediatico, a drammatizzare l’immediato presente. Il problema della natalità non si presta a drammatizzazioni perché processi demografici sono processi che durano almeno decine di anni. Il calo della natalità del nostro Paese inizia nel 1963-64: a quasi 60 anni di distanza, il ciclo continua ed è difficile credere che termini rapidamente anche grazie all’intervento pubblico. Si possono ridurre le nascite con l’intervento pubblico (è il caso della Cina), ma non il contrario. Il processo lungo di questo periodo è di natura culturale e sociale molto profonda. Il boom degli anni dal 1946/1964 era naturale e collegato alla fine del conflitto, al ritorno dei reduci, alla fine della paura e alla voglia di vivere.

Cosa è accaduto dopo il 1964 che può spiegare questo ciclo?

Dopo il 1964 gli italiani sono stati attirati dal modello americano (il cosiddetto “edonismo reaganiano”), dal suo stile di vita, di produzione, crescita e consumo. La TV ci rimandava immagini di un modo di vivere capitalistico, democratico, consumistico, centrato su un elemento fondamentale: la soggettività!!! Spettano al soggetto le scelte che lo riguardano come quella se emigrare o restare, non per fuggire la povertà bensì per inseguire l’altrove dove non si è spiati, osservati, giudicati, condizionati, costretti in modello. In questo c’è anche molto di positivo: per esempio il censimento del ’71 conferma la presenza in Italia di 500 mila imprese che raggiungeranno il milione 10 anni dopo. Come dire che si era raddoppiato tutto lo stock di imprese dei 100 anni precedenti.
Una carica di vitalità individuale imprenditoriale che influenza anche i consumi che continuano fino agli anni 80 con una crescita esponenziale anche riguardo alla sofisticazione del lusso, del made in Italy, la felpa griffata, i grandi marchi: tutto ciò che può essere riferito alla persona che decide anteponendo le proprie scelte a tutto.

L’identità sta nella libertà… ma libertà di cosa?

La libertà di fare figli, di fare un viaggio, di comprare la casa, l’ultimo modello di macchina. Affermare come si fa oggi che non si fanno figli perché non c’è la sicurezza, non c’è il buono bebè, perché i ragazzi non hanno lavoro… no, non corrisponde a verità! Evidentemente le opzioni individuali sono diverse. Una parte dei giovani punta sul lavoro e questo vale anche per le donne che pensano “la mia identità la trovo sul lavoro e non nel pancione”.

Oggi però le donne vanno a lavorare come se non avessero figli e curano i figli come se non avessero un lavoro…non si sentono garantite dal “sistema”

Se c’è una cosa che lo Stato ha garantito è il sistema welfare che ha sempre funzionato: sicurezza, sanità, pensioni. Il vero problema fondamentale è che non scatta la voglia di aver figli perché si preferisce altro… non ci si vuole sacrificare per il figlio che non è più importante per la realizzazione della propria soggettività quanto un’altra cosa.

Forse mancano le strutture familiari importanti, diverse, mancano quelle di un tempo… Le donne oggi si sentono sole, hanno difficoltà ad essere supportate…

E’ la prima generazione di donne che lavora in maniera massiccia. Hanno raggiunto posizioni importanti: dalla magistratura agli ospedali alle banche. Cercano una soddisfazione personale diversa dall’avere un figlio. Il calmiere delle scelte e delle possibilità è grande e variegato.

Poi ci sono gli uomini…

L’uomo è sempre stato concentrato su se stesso. Fino a qualche anno fa, tutto si concentrava sulla sua persona: il lavoro, l’azienda, i figli: insomma la famiglia era lui. Ora l’uomo si guarda intorno e si chiede se la sua realizzazione come uomo è quella di avere un figlio, avere una famiglia, una carriera o piuttosto divertirsi con gli amici… fino allo sfinimento.
Questo il punto sul quale io insisto: la decisione di avere figli non è razionale, è emotiva, soggettiva e se non riflettiamo su questo cambio di paradigma rischiamo di non capire quello che succede.

Dove porterà tutto questo?
Sono convinto che il ciclo della soggettività abbia dato tutto. Il meccanismo è un meccanismo che deve esaurirsi.

La politica quindi cosa può fare?
La Francia ha avuto una crisi demografica importante. E’ stata l’emblema della denatalità. Poi si è ripresa. Non sono di certo gli incentivi che aumentano la popolazione. Mussolini aveva fatto una legislazione che favoriva le famiglie numerose. Quando io ho cominciato a fare figli c’era una legge che chi aveva il terzo figlio pagavano metà tasse, al quinto figlio non si pagavano per niente. Io ho anche sforato a otto figli, ma la legge non c’era più.
Le politiche demografiche o sono potenti o non sono efficaci. Il bonus bebè è pari ad una cena con gli amici. Quindi o si inverte il trend che dura da sessant’anni prendendo di petto la situazione con uno shock, altrimenti non ha senso approntare misure minime.

C’era una volta la struttura di famiglia allargata …
L’unico frammento di famiglia allargata superstite sono i nonni che aiutano i figli ed i nipoti grazie alla cultura precedente di cui sono ancora portatori.