Dialogo per il bene comune
di Alberto Quattrucci - Comunità di Sant'Egidio

Convegno nazionale  Dialogo tra culture per la costruzione del bene comune  25-26 gennaio 2008

img_quattruccicv08 Premessa

Sono contento di intraprendere con voi questa conversazione sul tema "DIALOGO per il BENE COMUNE". Si tratta di un grande tema, un tema davvero "europeo", che ha il coraggio di affrontare l'obiettivo del "BENE COMUNE" in un tempo - come il nostro - nel quale il pensiero di moda sembra piuttosto essere quello della "difesa dei propri beni individuali" di fronte a chi è diverso... Ma BENE COMUNE è visione, progetto, è sogno di un valore più alto e condivisibile da tanti: è L'Europa vera, quella dei popoli. Tutto questo attraverso il DIALOGO, che è la sola via capace di costruire un futuro autentico per le nostre società.

La realtà è il CONVIVERE

Ma iniziamo con uno sguardo generale sulla realtà sociale, in occidente come in oriente. Occorre chiarirlo subito, la cosiddetta "mobilità" è diventata una caratteristica generale dell'umanità. In particolare: il fenomeno dell'immigrazione costituisce una tra le prime caratteristiche nell'attuale riunificazione europea. Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica "La Chiesa in Europa" già affermava che "di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l'Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità". Uno studio recente dell'ONU, confermato da Eurostat, segnala che fino all'anno 2050 nell'Unione Europea saranno necessari 159 milioni di immigrati se si vuole mantenere il ritmo economico. Vale a dire che nell'attuale Unione Europea, i due terzi della crescita della popolazione sono frutto dell'immigrazione straniera, se si vuole cioè mantenere il livello attuale di crescita economica e le prestazioni sociali. In un contesto di un progressivo invecchiamento della popolazione e di bassa natalità, non rimane altra soluzione se non quella di aprirsi all'immigrazione straniera.

L'Europa ha bisogno di lavoratori e gli immigrati hanno bisogno del lavoro che viene loro offerto: nel DIALOGO tra questi due bisogni, che obbediscono a interessi ben legittimi da parte sia degli uni che degli altri, sta una della idee più chiare del BENE COMUNE oggi per l'Europa. Quello, cioè, solo realizzabile attraverso la via dell'accoglienza e dell'integrazione: una pacifica e armoniosa convivenza.

Il nostro "vecchio" continente, che possiede una lunga tradizione integratrice di tanti diversi popoli e culture che hanno configurato la nostra comune casa europea, si trova di fronte alla chance di una nuova accoglienza, fatto di di DIALOGO e di integrazione. Possiamo aggiungere - nella stessa linea di pensiero - che l'accoglienza e l'inserimento degli immigrati costituiscono un test del grado di democrazia e maturità di un popolo. Al contrario, purtroppo, la presenza degli immigrati in alcuni paesi europei ha suscitato una reazione ostile da parte di alcuni, e l'emergere di comportamenti xenofobi o escludenti. Il cambio di mentalità da un'Europa che esportava il suo eccesso di popolazione, a un'Europa che importa lavoratori, non è per niente facile: l'irruzione del diverso può essere percepita come una minaccia per la propria identità e per il proprio benessere.

Ma guardiamo alle radici spirituali dell'Europa, alla sua eredità giudeo-cristiana, che ha configurato la nostra cultura e la nostra identità. Conviene ricordare quanto è scritto nel libro del Levitico: "Quando uno straniero si stabilirà nella vostra terra, non opprimetelo; al contrario, trattandolo come se fosse uno dei vostri connazionali, dovete amarlo come voi stessi. Ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto. Io sono il Signore vostro Dio". Nel Nuovo Testamento, poi, tutte le distinzioni fra gli esseri umani spariscono, quando Cristo distrugge il muro di divisione tra il popolo eletto e i pagani. Il cristiano considera ogni uomo come il "prossimo", che bisogna amare. Risuonano fortemente ai nostri orecchi queste parole di Gesù: "Venite, voi che siete i benedetti del Padre mio, perché ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa". L'autore della lettera agli Ebrei dice: "Continuate a volervi bene, come fratelli. Non dimenticate di ospitare volentieri chi viene da voi. Ci furono alcuni che, facendo così, senza saperlo ospitarono degli angeli".

Globalizzazione e identità

Si è parlato tanto - ed ormai è quasi un discorso vecchio - di "scontro di civiltà". In realtà, non da poco tempo, ci troviamo innanzi ad un processo in cui tutte le identità, nazionali, religiose, culturali, etniche, si ristrutturano confrontate come sono al processo di globalizzazione. Questo spesso genera contrapposizioni, scontri se non conflitti.

Paradossalmente il processo di globalizzazione non guida tutti verso una specie di cosmopolitismo, ma genera forti reazioni identitarie che utilizzano o hanno utilizzato, a volte, anche la religione per caratterizzarsi. Qui si colloca la storia di tanti fondamentalismi, tra cui quello islamico (che non è il solo, perché basterebbe pensare a quello induista, ebraico e anche cristiano...). Non si vive, insomma, senza identità. Se la globalizzazione tende ad uniformare allora, ricorrendo a diverse operazioni di semplificazione, si cerca di ricostruire la propria identità, principalmente "contro" l'altro.

L'Europa, poi, si confronta con una nuova cultura in cui l'individualismo, abbinato all'ideale della libertà, portano a ritenere che ciò che è possibile è buono, a condizione che ognuno possa scegliere liberamente ciò che gli sembra buono. La virtù della tolleranza può trasformarsi in indifferenza, la possibilità di dubitare in una mancanza di convinzioni.

Tra contrapposizione e DIALOGO

Oggi ci troviamo in una situazione in cui si vede tutto e si può sapere tutto a distanza, anche se i media fanno le loro selezioni e ci sono guerre in vetrina e guerre dimenticate. Ma di fronte all'informazione così larga, che ci parla di scontri tra etnie, popoli, civiltà, matura spesso un senso di impotenza. Che cosa possiamo fare con le nostre deboli forze? Come caricarsi di problemi così grossi e lontani? Quale il senso del DIALOGO?

Si tratta di una vera cultura della "contrapposizione" che educa intere generazioni. Essa sancisce destini diversi tra i popoli, tra i gruppi. Alla fine, che un popolo stia tanto male, che sia colpito, non è scandaloso, non fa più scandalo il fatto che un popolo abbia un destino diverso da un altro: l'uguaglianza non è più un valore riconosciuto e, d'altro canto, la "disuguaglianza" al contrario è ormai una realtà accettata. Voglio dire che il nostro mondo afferma nei fatti che l'africano, l'afgano, l'iracheno, il colombiano, non possono essere fratelli. E non solo nel senso che appartengono a famiglie diverse (in senso religioso, culturale, nazionale e linguistico...) ma nemmeno sembrano più appartenere alla stessa razza. Riemerge l'idea mistificante della "razza", come se esistessero razze differenti e l'umanità non fosse una razza unica.

L'essere uguali degli uomini era una delle convinzioni più radicate nel nostro mondo europeo: l'uguaglianza era figlia di quel cristianesimo che, tra l'altro, insegnò per bocca dell'apostolo Paolo che non c'è né uomo né donna, né greco né giudeo; figlia della cultura europea laica in tutte le sue espressioni che ha proclamato l'uguaglianza come un valore decisivo. Nella Rivoluzione Francese l'uguaglianza è stato uno dei tre valori con la libertà e la fraternità. Questa uguaglianza vuol dire che la vita di ogni uomo vale, indipendentemente dalla sua religione, dalla sua nazione, dalle sue idee, dal suo genere.

Ma oggi questi valori sembrano ormai retorici: si comincia ad accettare, pian piano con la violenza e la guerra, il fatto che le vite degli uomini non sono tutte uguali. Si accetta la disuguaglianza come una realtà. Non è uguale essere africano ed essere europeo. Sì, il destino degli uomini sembra divaricarsi profondamente, secondo la fortuna o sfortuna del continente di nascita. Se dunque in Africa la soglia della speranza di vita sembra nuovamente orientarsi sui 40 anni, e in Italia attendiamo di poter superare la soglia degli 80 anni (e non la superiamo solo perché disprezziamo chi diviene troppo anziano e quindi non ne proteggiamo con efficacia la vita), possiamo ancora dire di essere allo stesso modo uomini sia qui che là?  E' ben diverso, infatti, affacciarsi ad una vita destinata a durare 80 anni e ad una che probabilmente non supererà i 40.

La via del DIALOGO

Noi, permettetemi di affermarlo in questo 2008 che segna il 40° anniversario della fondazione della nostra Comunità di Sant'Egidio, noi non ci siamo mai rassegnati al fatto che contrapposizione e guerra siano le compagne ineluttabili della vita di tanti popoli, necessità ricorrenti nelle relazioni internazionali.

Per noi di Sant'Egidio è avvenuta una vera rivelazione della forza di pace, attraverso il DIALOGO, che esiste nella vita dei cristiani. Sapete tutti della pace, conclusa più di quindici anni fa a Sant'Egidio tra il governo mozambicano e la guerriglia, che ha posto termine a una guerra che aveva sconvolto quel povero paese africano, il Mozambico, e aveva prodotto un milione di morti. Era il 4 ottobre 1992, il giorno della firma del trattato di pace, ed abbiamo da allora continuato a lavorare per la pace in modi diversi, soprattutto in Africa dove la guerra e la guerriglia diffusa sono divenuti una condizione endemica di molte regioni. Non si deve dimenticare che ogni lavoro per la pace è possibile, soprattutto per bloccare sul terreno la crescita dei conflitti.

Attraverso un DIALOGO autentico e fedele è possibile per tutti contribuire alla costruzione di una vera civiltà del convivere, libera dal germe pericoloso della pulizia etnica e dalla follia di costruire società omogenee e tra uguali, chiuse ai diversi. Che alternativa esiste alla civiltà del convivere? Solo lo scontro e la sconfitta per i vinti e i vincitori al tempo stesso. Vorrei aggiungere che come cristiani siamo tutti chiamati, oggi, a vivere la sfida della mondializzazione realizzando una globalizzazione diversa, quella della fede e dell'amore, attraverso il DIALOGO. Nel DIALOGO, infatti, bisogna trovare le parole e i comportamenti per mostrare come si può vivere insieme su scala mondiale, al di là delle tante barriere.

DIALOGO tra le culture e DIALOGO tra le religioni, che il Concilio Vaticano II, ha lanciato sia verso le religioni non cristiane che a livello ecumenico. Vorrei qui aprire un breve capitolo su quella via di DIALOGO tra le religioni e le culture che abbiamo iniziato a precorrere dal 1986, con il profetico incontro di Assisi convocato da Giovanni Paolo II.

Lo spirito di Assisi

Da quel 27 ottobre 1986, anno dopo anno, come Comunità di Sant'Egidio, insieme a tanti, abbiamo camminato in un pellegrinaggio di pace, che ha attraversato molte città, per ventuno anni, fino all'ultimo incontro di Napoli nell'ottobre dell'anno passato. Il cantiere aperto non andava abbandonato. Non si poteva chiuderlo, come dopo una bella festa, magari per timore di insuccessi o di critiche. Ci si doveva lavorare. Così abbiamo percorso un itinerario spirituale e geografico, che ci ha condotti prima a Roma, poi a Varsavia, quel 1 settembre 1989 quando tutto sembrava in movimento nell'Est; quindi a Bari, agli albori della guerra del Golfo nel 1990; poi a Malta l'anno successivo, quando si metteva in moto il processo di pace in Medio Oriente e si palesava la crisi jugoslava. A Bruxelles nel 1992, nel pieno dibattito sull'Europa; poi a Milano, Assisi, Gerusalemme, Firenze, Venezia, Bucarest, Lisbona, Barcellona, Acquisgrana... Di nuovo Milano nel 2004, a Lione nel 2005, a Washington e Assisi nel 2006, nell'anniversario dei vent'anni di questo itinerario, fino a Napoli, ultimo incontro inaugurato dalla presenza di Benedetto XVI.

Un pellegrinaggio di pace nello "spirito di Assisi". Sì, credo che in questa nostra odierna riflessione sul "DIALOGO per il BENE COMUNE" lo "spirito di Assisi" abbia molto da dire, perché induce a vivere il DIALOGO a 360 gradi, permettendo di sperimentare come il DIALOGO sia la lingua ufficiale ma anche quotidiana di ogni convivenza, l'arte paziente di ascoltarsi, di capirsi, di riconoscere il profilo umano e spirituale dell'altro.

Nell'edificio della convivenza, da ricostruire ogni giorno, il DIALOGO è il cemento e al tempo stesso sempre il segno della maturità delle culture, delle personalità, dei gruppi. Le religioni, che vivono tra una comunità particolare e l'universale, che parlano di Dio ma vivono con gli uomini... le religioni possono essere una scuola di DIALOGO, quindi di convivenza e di pace. Esse hanno una responsabilità peculiare e decisiva nella convivenza: il DIALOGO tra loro tesse una trama pacifica, respinge le tentazioni a lacerare il tessuto civile, a farsi strumentalizzare a fini politici. Ma questo richiede audacia e fede  agli uomini e alle donne di religione: richiede coraggio.

Se infatti le religioni non debbono lasciarsi coinvolgere nelle tentazioni del prestigio e del comando, attraverso la politica, tuttavia non debbono neanche adeguarsi di fronte alle esigenze di alcuni governi che, tutt'al piú, ammettono le religioni in forma privata, che si limitino al solo culto. Noi sappiamo che a fianco della politica dei partiti e della preoccupazione per il prestigio e per il comando, esiste la politica come scienza e arte del BENE COMUNE, attraverso il superamento dell'egoismo, e la salvaguardia della giustizia, condizione queste indispensabili per la pace.

A cosa è servito il DIALOGO?

Ma in molti ci hanno detto: in un mondo di attriti, di conflitti di cui spesso si perdono le origini, a cosa serve il DIALOGO? E dopo venti anni di incontri nello spirito di Assisi - ci hanno chiesto - cosa è cambiato? Con l'Islam non ci sono sempre tanti problemi?

Qualcuno aggiunge che il DIALOGO rappresenta perfino un'ingenuità pericolosa di fronte alle minacce belliche e terroristiche: una mitezza irresponsabile.

Ma chiediamoci: cosa sarebbe il mondo se non ci fosse stato il DIALOGO? Le reti tese dal DIALOGO, frutto dell'incontro e del lavoro di anni, proteggono i cuori dal cadere nel baratro della diffidenza o della violenza. Un grande studioso dell'islam, il tunisino Mohammed Talbi, ha scritto: "Quando si rompono le penne, non rimangono che i coltelli". Oggi siamo consapevoli della profonda interdipendenza del destino di tutti. Grazie al DIALOGO ci conosciamo di più: non attribuiamo ad un'intera comunità quello che riguarda un individuo o un gruppo, mentre abbiamo imparato a stimare le risorse spirituali dell'uno e dell'altro patrimonio religioso.

Abbiamo registrato, nei 21 anni d'incontri internazionali, la partecipazione -in qualità di ospiti ufficiali- di circa 1870 personalità, rappresentanti autorevoli delle chiese cristiane, delle grandi religioni e della cultura e della politica mondiale, alcuni con una presenza pressoché stabile negli anni. Circa 140.000 persone, inoltre, hanno preso parte alle assemblee, ai 226 Forum e alle manifestazioni nel corso degli incontri.

Al di là delle cifre sentiamo forte oggi la responsabilità di continuare a diffondere lo "spirito di Assisi" di cui, crediamo, il nostro mondo abbia ancora bisogno.

La PACE è il primo BENE COMUNE

Fermiamoci sul tema del BENE COMUNE.

C'è un legame profondo tra l'idea del BENE COMUNE e il valore della PACE. La pace è il primo BENE COMUNE, emerge chiaramente nei numerosi messaggi per la pace dei Papi per la Giornata del 1 gennaio. Scrive Giovanni Paolo II all'inizio del Messaggio per il 1 gennaio 2004: "Rilevante è stato, nel corso dei secoli, il contributo dottrinale offerto dalla Chiesa...  per orientare il diritto internazionale verso il BENE COMUNE dell'intera famiglia umana".

La pace - diceva Giovanni XXIII - è un "BENE COMUNE universale", che appartiene al mondo intero e che va garantita da un'autorità internazionale come l'ONU, il quale - con tutti i suoi limiti - rappresenta qualcosa di unico nell'attuale situazione internazionale. D'altra parte la guerra - ne siamo convinti - è un male che rischia di contagiarsi ben al di là di quelli che si combattono. Giovanni XXIII ci trasmette una grande lezione: non si potrà mai raggiungere la vera pace contro gli altri, ma solo con gli altri. La pace nasce dal lavorare con gli altri. Mai contro gli altri. Non esiste pace contro, esiste solo pace con. E' tempo di costruire ponti e non muri. E' tempo di lavorare per l'incontro e non per lo scontro.

Ma permettetemi di citare - a proposito di pace - le bellissime parole che Paolo VI scriveva nel suo Messaggio del 1 gennaio 1970: "Predicare il Vangelo del perdono sembra assurdo alla politica umana, perché nell'economia naturale la giustizia spesso non lo consente. Ma in un'economia cristiana, cioè sovrumana, assurdo non è. Difficile, ma non assurdo. Come finiscono i conflitti nel mondo secolare? qual è la Pace, che alla fine essi raggiungono? Nella dialettica insidiosa e furiosa di questa nostra storia di uomini pieni di passioni, di orgoglio, di rancori, la Pace che conclude un conflitto è di solito un'imposizione, una sopraffazione, un giogo, di cui la parte più debole e soccombente subisce una forzata tolleranza, ch'è spesso un rinvio ad una riscossa futura, e accetta lo statuto protocollare, che nasconde l'ipocrisia di cuori tuttora nemici. Manca a questa Pace, troppo spesso finta ed instabile, la completa soluzione del conflitto, cioè il perdono, il sacrificio del vincitore a quei vantaggi raggiunti, che umiliano e rendono il vinto inesorabilmente infelice; e manca al vinto la forza d'animo della riconciliazione. Pace senza clemenza, come può dirsi tale? Pace satura di spirito di vendetta, come può essere vera? Da una parte e dall'altra occorre l'appello a quella superiore giustizia, ch'è il perdono, il quale cancella le insolubili questioni di prestigio, e rende ancora possibile l'amicizia. Lezione difficile; ma non è forse magnifica? non è forse di attualità? non è forse cristiana?".

Così nei messaggi per la Giornata della Pace sempre ricorre il tema del BENE COMUNE. Lo leggiamo anche nell'ultimo messaggio dei Benedetto XVI del 1 gennaio 2008: "...Anche la famiglia umana, oggi ulteriormente unificata dal fenomeno della globalizzazione, ha bisogno, oltre che di un fondamento di valori condivisi, di un'economia che risponda veramente alle esigenze di un BENE COMUNE a dimensioni planetarie.... Occorre promuovere corrette e sincere relazioni tra i singoli esseri umani e tra i popoli, che permettano a tutti di collaborare su un piano di parità e di giustizia. Al tempo stesso, ci si deve adoperare per una saggia utilizzazione delle risorse e per un'equa distribuzione della ricchezza."

Ma fermiamoci più a lungo sul Messaggio di Giovanni Paolo II, per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2005 "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male": "All'inizio del nuovo anno, torno a rivolgere la mia parola ai responsabili delle Nazioni ed a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che avvertono quanto necessario sia costruire la pace nel mondo...Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male. E continua più oltre: "La pace è un bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni della terra e per l'intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene.

Il papa si rivolge a tutti. Non solo ai responsabili delle nazioni, ma a tutti gli uomini e le donne che avvertono quanto sia necessario costruire la pace nel mondo. La pace è davvero il BENE COMUNE, e non dipende solo da alcuni, cioè da quelli che ricoprono posti di responsabilità, ma dal personale vivere di ciascuno e di tutti; dal nostro agire; dal nostro stare con gli altri, dalle nostre parole. La pace è un BENE COMUNE all'umanità tutta.

In modo ancor più esplicito scrive il Papa al punto 5: "Per promuovere la pace, vincendo il male con il bene, occorre soffermarsi con particolare attenzione sul BENE COMUNE e sulle sue declinazioni sociali e politiche. Quando, infatti, a tutti i livelli si coltiva il BENE COMUNE, si coltiva la pace. Può forse la persona realizzare pienamente se stessa prescindendo dalla sua natura sociale, cioè dal suo essere « con » e « per » gli altri? Il BENE COMUNE la riguarda da vicino. Riguarda da vicino tutte le forme espressive della socialità umana: la famiglia, i gruppi, le associazioni, le città, le regioni, gli Stati, le comunità dei popoli e delle Nazioni. Tutti, in qualche modo, sono coinvolti nell'impegno per il BENE COMUNE, nella ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.".

La TERRA è un BENE COMUNE

Il papa dedica dal punto 6 al punto 10 - circa la metà dell'intero Messaggio - al tema dell'uso dei beni della terra, dell'importanza di porli al servizio dei bisogni primari dell'uomo - e di tutti gli uomini, facenti parte dell'unica famiglia umana -, all'origine comune e al comune destino di ogni uomo. Parla della condanna del razzismo, della tutela delle minoranze, sottolinea l'aspetto fondamentale dell'assistenza ai profughi e ai rifugiati, la mobilitazione della solidarietà internazionale nei confronti di tutti i bisognosi.

Per costruire la pace occorre allora partire dal principio giusto di un equo uso dei beni della terra, sostenendo l'uguaglianza tra gli uomini e tra i popoli, quello che Giovanni Paolo II chiama "il principio della destinazione universale dei beni", che solo consente - così continua - di "affrontare adeguatamente la sfida della povertà, soprattutto tenendo conto delle condizioni di miseria in cui vive ancora oltre un miliardo di esseri umani." E la Chiesa incoraggia ad affrontare tale sfida, la sente urgente e necessaria per aprire l'unico futuro possibile per l'intera umanità, spinge i credenti in Cristo a - cito - "manifestare, in modo concreto e in ogni ambito, un amore preferenziale per i poveri".

Tocca poi, nell'ultimo punto di questa parte, il bellissimo tema già trattato altre volte dell'urgenza di una nuova "fantasia della carità per diffondere nel mondo il Vangelo della speranza". E sottolinea: "Ciò si rende evidente particolarmente quando ci si avvicina ai tanti e delicati problemi che ostacolano lo sviluppo del Continente africano: si pensi ai numerosi conflitti armati, alle malattie pandemiche rese più pericolose dalle condizioni di miseria, all'instabilità politica cui si accompagna una diffusa insicurezza sociale. Sono realtà drammatiche che sollecitano un cammino radicalmente nuovo per l'Africa: è necessario dar vita a forme nuove di solidarietà, a livello bilaterale e multilaterale, con un più deciso impegno di tutti, nella piena consapevolezza che il bene dei popoli africani rappresenta una condizione indispensabile per il raggiungimento del BENE COMUNE universale.

Possano i popoli africani prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico! L'Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive!"

La GIUSTIZIA sociale è un BENE COMUNE

Leggiamo nel documento conciliare Gaudium et Spes: "Dio ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia... - e più oltre - ...dall'indole sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che, per sua stessa natura, ha assolutamente bisogno di una vita sociale" (GS n°24 e 25).

Ogni forma di vita sociale deve essere orientata verso il "BENE COMUNE", che viene così definito: "...l'insieme delle condizioni sociali che permettono, tanto ai gruppi quanto a ciascuno dei loro membri, di raggiungere la loro perfezione in un modo più totale e più semplice" (GS n°26).

Il punto di partenza del discorso sulla giustizia sociale è dato, allora, dalla "uguaglianza fondamentale" di tutti gli uomini. La dignità fondamentale di ognuno non si fonda su qualità meritate o acquisite, ma sul fatto che "tutti sono creati a immagine di Dio" e che "tutti, riscattati dal Cristo, godono di una stessa vocazione e di uno stesso destino divino".

Si tratta di vivere nel processo responsabile della costruzione del BENE COMUNE.

La Chiesa esplicita alla luce del Vangelo i principi di giustizia e di equità, ad esempio, nell'equilibrio tra l'avere e l'essere: "L'uomo vale più per ciò che è che non per ciò che ha. Allo stesso modo, tutto ciò che gli uomini fanno per far regnare più giustizia, una fraternità più estesa, un ordine più umano nei rapporti sociali, supera in valore i progressi tecnici" (GS n°35). La Chiesa non ha soluzioni concrete di ordine sociale, politico o economico per la giustizia nel mondo. I cristiani devono compiere con fedeltà e competenza le loro opere terrene: nei diversi campi sta a loro di prendere le loro responsabilità.

Tali sforzi a livello comunitario e nazionale devono essere appoggiati  a livello globale con una solidarietà internazionale fondata su una più equa divisione delle risorse e delle opportunità di mercato... Solidarietà - dice l'enciclica Sollicitudo Rei Socialis - "non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale angoscia per le sfortune di tanti, ma una ferma e perseverante determinazione a impegnare se stessi per il BENE COMUNE." (Sollicitudo Rei Socialis, par. 38).

Lo ribadisce in modo estremamente efficace Benedetto XVI nella bellissima enciclica Deus Caritas est, " Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica...  Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità. (22) Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l'attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come « carità sociale». (23)

L'esperienza della Comunità di Sant'Egidio

Vorrei concludere dicendo che, come Comunità di Sant'Egidio, fin dall'inizio della nostra esperienza abbiamo sentito la sfida di vivere quel "BENE COMUNE" che è scritto nel cuore della prima Comunità cristiana, quella di Gerusalemme, di cui leggiamo negli Atti degli Apostoli al capitolo II: "Erano assidui nell`ascoltare l`insegnamento degli apostoli e nell`unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere....  ...Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno..." (Atti 2, 43-45). "Tenevano ogni cosa in comune", così abbiamo provato a viver in questi 40 anni, soprattutto nell'amicizia con i poveri, nei quartieri delle nostre città, come nel mondo. Abbiamo sentito la sfida della pace come una chiamata speciale, partendo dalla carità, dal servizio ai poveri, fino alla politica internazionale: sempre sentendo il BENE COMUNE più prezioso di ogni bene personale.

Il nostro primo BENE COMUNE è il Vangelo. E vorrei dire che, dalla fine degli anni ‘60, nati in un ambiente giovanile, abbiamo tentato di vivere insieme il Vangelo prendendolo sul serio. Vivere insieme non in senso materiale, perché ciascuno di noi vive con la sua famiglia, fa una vita del tutto ordinaria, lavorando o studiando, con i suoi cari, i genitori, i figli e gli amici. Il nostro stare insieme, in tante città italiane e in tante altre città di settanta paesi del mondo, è infatti centrato su alcuni aspetti che consideriamo più importanti di altri. Ritrovarsi insieme ogni giorno per la preghiera, che si svolge tutte le sere; farsi amici degli altri, ed in primo luogo dei più poveri, di quelli che soffrono di più per la debolezza e le difficoltà della vita, ma anche per l'ingiustizia della società.

L'impegno della Comunità di Sant'Egidio per la pace si esprime in un servizio di amicizia e di contatto, che valorizza gli interlocutori, amando parlare con tutti e cercando di condurli tutti a un'idea di pace. Così, nella povertà e nel limite della nostra vita, abbiamo vissuto e viviamo la nostra esperienza di DIALOGO per il BENE COMUNE.

Grazie.