Anno Settimo del Pontificato – La sfida delle donne

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Un articolo di Marinella Perroni sul rapporto tra donne e Chiesa, una sfida a cui la Chiesa non si può sottrarre

Il confronto con le istanze delle donne è una sfida a cui la Chiesa, come tutte le altre istituzioni, non si può più sottrarre, ma si tratta di una sfida quanto mai tentacolare, che chiede coraggio profetico, ma anche lucidità teologica. Chiama infatti in causa sia l’impianto dottrinale che la prassi pastorale della chiesa cattolico-romana. Ma chiede anche consapevolezza storica di sé e della propria identità e, soprattutto, volontà politica: la Chiesa è stata in grado di vivere (e non solo sopravvivere) per due millenni perché ha saputo, sia pure con grande lentezza, intercettare i segni dei tempi e leggerli alla luce del vangelo di Gesù di Nazareth, della sua persona e della sua predicazione, riconoscendo valore salvifico universale alla sua morte e rischiando la propria credibilità sulla fede nella sua risurrezione. Per dirla evocando una splendida espressione di Luis Sepúlveda: la Chiesa ha saputo rispettare solo il limite dell’orizzonte e mai e poi mai una frontiera. È, in fondo, la prospettiva della solenne finale del vangelo di Matteo (28,16-20).
Una spina nel fianco
Un pontificato, d’altro canto, appartiene alla cronaca, ma al contempo appartiene alla storia e valutarlo con lenti multifocali non è facile. Bisogna accettare che qualsiasi giudizio possa essere miope o presbite, ottuso o lungimirante. Credo però che, al netto di tutto questo, per la Chiesa di Francesco le donne continuino a essere una spina nel fianco. Non solo per lui, ma per tutto l’apparato in cui a governare sono anziani signori che sostengono a spada tratta che la verità immutabile ed eterna di Dio coincide con l’uso di dare la comunione sulla lingua oppure con la difesa della pena di morte, come ha dichiarato l’ex Nunzio Carlo M. Viganò in una recente intervista a un giornale portoghese,che dovremmo rileggere ogni tanto per non perdere di vista la situazione in cui ci troviamo dato che, ne sono convinta, molta parte della gerarchia cattolica la condivide. Da 150 anni le donne rappresentano l’elemento di rottura dell’ordine costituito, non solo di quello sociale, cioè il patriarcato, ma di quello ideologico, cioè l’androcentrismo. Di un ordine che per molti secoli si è ritenuto voluto da Dio stesso e nel quale la distribuzione del potere avveniva non soltanto per censo o per classe ma, addirittura, per sesso.
L’attenzione alle ingiustizie e allo sfruttamento
La posizione di Francesco nei confronti delle donne e, soprattutto, nei confronti del loro pensiero e delle loro pratiche che interpellano anche la Chiesa perché stanno così profondamente cambiando la cultura di tutti i paesi del mondo, non è del tutto facile da interpretare.
Le istanze delle donne rispetto alla vita ecclesiale impongono infatti di assumere un punto di vista sistemico. Chiamano in causa l’antropologia teologica, la teologia biblica e quella sistematica per non parlare della teologia morale e di quella pastorale, discipline che più di altre obbligano a fare i conti con la concretezza della vita e della storia.
Sono conti che Francesco sa fare molto bene quando si tratta di guardare alle ingiustizie di cui le donne sono costrette a pagare il prezzo più alto soprattutto al di fuori della Chiesa. Come non apprezzare la forza con cui ha denunciato – e non solo una volta – la violenza sulle donne? Ora che la forzata reclusione tra le mura domestiche a causa dell’emergenza virus ha reso ancora più drammatica la situazione di molte donne che, con i loro figli, sono rese oggetto di sopraffazione fisica e psicologica,
Francesco ha preso posizione con forza il lunedì dell’Angelo, dopo la preghiera del Regina coeli, dicendo che sono sottoposte a «una convivenza di cui portano un peso troppo grande». Ma lo aveva detto anche in altri momenti e in diversi paesi del mondo, riconoscendo così che non si tratta di situazioni congiunturali, ma piuttosto di una piaga che può affettare le famiglie in modo strutturale, che dilaga e che culmina spesso nel femminicidio.
Come non si è mai stancato di insistere sullo sfruttamento delle donne in tutti gli ambiti lavorativi compresi perfino quelli ecclesiastici, dichiarando apertamente che troppo spesso è dato per scontato che tante suore vivano una sorta di schiavitù (servidumbre). Né si può dimenticare l’attenzione che ha rivolto al dramma degli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle religiose.
I suoi detrattori clericali continuano ad accusare Francesco di adulterare la vera dottrina con la sociologia e danno così prova, oltre che di tipica “arroganza di stato”, anche di ignoranza teologica.
Per le donne, infine, il coraggio che Francesco mostra ogni volta che attacca il clericalismo – e lo affronta ben sapendo che è un’idra a sette teste ma, proprio per questo, è la vera grande malattia che si annida e corrode ogni religione – è motivo di speranza oltre che di gratitudine perché è parola profetica che pone la scure alla radice degli alberi (cfr. Lc 3,9). Francesco sa molto bene, però, che non spetta al profeta recidere gli alberi e guarda, con deciso spirito ignaziano, alla sorte del Maestro e Signore perché «è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!» (Mt 10,25).
Esaltare per escludere
Non sarebbe giusto però tralasciare di osservare quante volte le parole di Francesco hanno fatto l’effetto di un freno tirato in una macchina in corsa. Fin dall’inizio ha imboccato la pericolosa scorciatoia di quel “principio mariano-petrino” che modella l’ecclesiologia sul patriarcato, esalta il femminile, ma per escluderlo da ogni esercizio di autorità. Purtroppo, come i suoi predecessori, anche Francesco fa fatica a liberarsi da una costrizione del maschile-femminile dentro uno schematismo che non è meno asfittico e pericoloso quando se ne stabiliscono Pietro e Maria come figure simboliche di riferimento e si riserva, a Pietro, il ministero dell’autorità e a Maria il carisma dell’amore.
Un’impressione di fondo che si è andata chiarificando sempre più nel corso di questi sette anni di pontificato: quando si riferisce ai soprusi che vengono perpetrati contro le donne nella società civile, Francesco tiene con coraggio la barra dritta e sa molto bene che oggi la lotta per la giustizia vede in primo piano i diritti delle donne ma, quando guarda alla Chiesa, il suo passo si fa più incerto e le sue scelte contraddittorie.
Sappiamo bene infatti che non ha difficoltà a inserire, sia pure con grandissima cautela e, di conseguenza, con un’efficacia molto contenuta, alcune donne in ruoli di curia fino a oggi assoluto appannaggio di chierici, ma quando si tratta di affrontare uno dei grandi problemi della Chiesa cattolico-romana, quello dell’attuazione dell’ecclesiologia della costituzione conciliare Lumen gentium, Francesco si ritrae. Allarmato, si dice, dalla minaccia di scisma che, a ogni pie’ sospinto, gli lanciano i suoi nemici. Non però, evidentemente, dallo scisma silenzioso che, progressivamente, erode il popolo di Dio, in modo tutto particolare per quanto riguarda le donne.
Alcuni chiavistelli ecclesiali
Che dire dell’ecclesiologia tracciata nell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia (nn. 61-110) che, dopo l’ampio respiro dei primi tre sogni – sociale, culturale e ecologico – fa ripiombare la chiesa amazzonica e la Chiesa universale nell’incubo delle scorie di una chiesa pre-conciliare e che ha ricevuto, sì, il plauso dell’ex-Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Müller, ma ha anche registrato lo sgomento di donne e uomini di fede che giocano la loro vita nell’appartenenza ecclesiale?
E, come se non bastasse, a quei chiavistelli ecclesiali di Querida Amazonia che bloccano alle donne ogni accesso al riconoscimento di quanto già svolgono, cioè il ministero diaconale, si è aggiunto l’avallo alle scelte della Congregazione per la dottrina della fede riguardo alla nuova commissione di studio per il diaconato femminile. Francesco non può non sapere che non c’è più nulla da studiare e, viste le persone scelte per la commissione, è difficile non avere il sospetto che l’intenzione reale sia quella di confondere quanto già è stato studiato e chiarito.
Mi diceva sconsolato uno dei membri della commissione precedente: così seppelliamo tutto per altri trecento anni! D’altra parte, non solo noi teologhe, ma anche stimati teologi abbiamo provato a dirlo in tutti i modi: il diaconato femminile non deve esistere, il diaconato, come il battesimo, è uno solo e a esso dovrebbero aver accesso sia uomini che donne. Molto ci sarebbe ancora da dire. Forse è vero che la Chiesa, anche quella di Francesco, non è pronta al salto che l’attuale consapevolezza delle donne ha chiesto a tutte le istituzioni. La domanda però si impone: è forse pronta a questa paralisi che la depaupera giorno dopo giorno dell’energia di “pietre vive” e la riempie di detriti?

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO LA SFIDA DELLE DONNE

Marinella Perroni
Professore emerito di NT al Pontificio Istituto sant’Anselmo di Roma.