2 giugno: da sudditi a cittadini

0
173

Un articolo di Alfonso Celotto sul 2 giugno, data simbolica del passaggio degli italiani da sudditi a cittadini

Per molti di noi il 2 giugno è soltanto qualche foto in bianco e nero di una Italia dopo la guerra. Una Italia forse sbiadita, di quando Don Camillo litigava con Peppone.
Invece il 2 giugno è e resta il simbolo del nostro passaggio da sudditi a cittadini.
Ci penso ogni volta che passo da via Lovanio, una traversina di via Salaria all’altezza di villa Ada, a Roma. Qui c’è la scuola elementare Principessa Mafalda. Perché, forse in pochi lo ricordano, qui si è compiuto uno dei passaggi più significativi della nostra Repubblica democratica.
Perché in questa scuola il Re Umberto II ha votato per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Quel voto è stato l’emblema del passaggio istituzionale. La legge è uguale per tutti e la sovranità appartiene al popolo. I cittadini sono tutti uguali, al punto che anche il Re vota, come tutti gli altri.
Su quella base è stata scritta la Costituzione repubblicana, fondata sulla democrazia parlamentare.

Prima c’era una Costituzione concessa, anzi uno statuto, non votato, ma concesso “con lealtà di Re e con affetto di Padre…”, come si legge nel Preambolo.
Lo Statuto era una carta breve (84 articoli) con una impostazione paternalistica. Poneva una forma di monarchia costituzionale con al centro la persona del Re “sacra ed inviolabile” (art. 4), a cui sono dedicati i primi 23 articoli. Non parlava di cittadini, ma soltanto di “sudditi” o di “regnicoli” che vengono dichiarati tutti “eguali dinanzi alla legge” (art. 24). Il sistema era bicamerale anche se il Re partecipava direttamente alla formazione delle leggi con il potere di sanzione (artt. 3, 7 e 55) e nominava l’intero Senato (Camera vitalizia). La Camera dei deputati era elettiva, anche se a suffragio limitato. Come sappiamo, il suffragio universale maschile venne introdotto con legge 30 giugno 1912, n. 666; tanto che alle elezioni del 1861 su 22 milioni di abitanti, il voto era limitato ai soli maschi di almeno 25 anni, alfabetizzati, che avessero prestato il servizio militare e pagassero almeno 40 lire di tasse: così erano iscritti alle liste elettorali in 418.695 e i votanti alle prime elezioni italiane furono 239.583: praticamente il 2% di aventi diritto e 1% di votanti).
In quel modello le cariche di deputato e senatore non potevano che essere gratuite (art. 50). E venne bocciata con sdegno la sola proposta di rimborsare il treno al deputato Roncalli di Bergamo.
Pur essendo ancora in piena questione romana, veniva imposta la Religione di Stato e gli altri culti erano “tollerati conformemente alle leggi”. Il Governo era nominato dal Re (art. 65), anche se la prassi introdurrà da subito la figura del Presidente del Consiglio (per il Regno d’Italia i primi furono Cavour, Ricasoli e Rattazzi). La magistratura era qualificata come “ordine” e non “potere” ed era amministrata in nome del Re (art. 68, che comportava anche che il Re non potesse direttamene esercitare la giustizia, salvo il potere di grazia – art. 8).

Tutto questo per capire come era il mondo quando eravamo sudditi.
Alla fine della guerra, con il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, sull’ordinamento provvisorio dello Stato si stabilì che: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Anche a seguito delle modifiche del D.Lgs.Lgt. n. 98 del 1946, il 2 giugno 1946 si voterà il referendum istituzionale e si eleggerà l’Assemblea Costituente, a suffragio universale, anche femminile.
Perché le donne quel diritto al voto se lo erano conquistato sul campo, durante la guerra, portando avanti il paese mentre gli uomini erano in guerra.
Eppure il 2 giugno molte donne rifiutarono la scheda sul referendum istituzionale. Perché, sapevano di essere “sudditi” e non potevano certo votare sul loro Re.

Dopo le prime incertezze e la proclamazione dei risultati da parte della Corte di cassazione (18 giugno 1946), con la vittoria della Repubblica (12.717.923 voti) sulla Monarchia (10.719.284 voti), l’Assemblea Costituente – composta da 556 membri (di cui 21 donne) – inizierà i propri lavori il 25 giugno 1946 per approvare la nuova Costituzione a fine dicembre 1947, dopo aver svolto anche le funzioni di parlamento ordinario (dando la fiducia al governo, approvando le leggi di bilancio e anche i Trattati di pace, malgrado il vulcanico discorso contrario di Benedetto Croce).

Eppure, malgrado quel clima, malgrado le divisioni politiche fra liberali, cattolici e sinistre, i Costituenti a partire da quel 2 giugno ci hanno reso cittadini. Scrivendo una Carta ancora oggi viva e attuale. Perché fecero lo sforzo di guardare lontano, come ben disse Piero Calamandrei nella seduta del 4 marzo 1947: “Secondo me è un errore formulare gli articoli della Costituzione collo sguardo fisso agli eventi vicini, agli eventi appassionanti, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali dell’immediato avvenire in mezzo alle quali molti dei componenti di questa Assemblea già vivono. La Costituzione deve essere presbite, deve vedere lontano, non essere miope”.

 

Fonte: giustiziacivile.com